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SANTA BARBARA/ La storia di un’appartenenza a Cristo che parla agli uomini d’oggi

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Pinturicchio, Santa Barbara in fuga dalla torre (particolare) (Immagine d'archivio)  Pinturicchio, Santa Barbara in fuga dalla torre (particolare) (Immagine d'archivio)

Alla fine Barbara è condannata alla decapitazione a opera del padre, che viene poi incenerito da un fulmine subito dopo. Per questo motivo Santa Barbara viene assunta a patrona di quanti trattano esplosivi o di coloro che sono esposti a morti improvvise oltreché di tante categorie di lavoratori come i vigili del fuoco, gli armaioli, gli artiglieri, i muratori. «Signore, per intercessione di Santa Barbara concedici di ricevere il sacramento prima di morire» così si prega la santa. La sua figura è, dunque, un richiamo alla vigilanza, alla vicinanza a Cristo attraverso il sacramento, alla preghiera, all’offerta totale di sé.

Gioverà ora ricordare che martirio significa, nel suo etimo greco, «testimonianza». Di cosa ha reso testimonianza Santa Barbara? Qual è la sua importanza storica? Al di là delle discordanze su alcuni elementi biografici, la storicità del personaggio non è messa in discussione. Barbara porta già nel suo nome il destino di essere «straniera» nella propria casa e nella propria terra, come recita il nome «barbaro» che in greco significa per l’appunto «straniero». Lei era nel mondo, ma non del mondo, poiché era di Cristo.

Il suo esempio, come quello di tanti altri martiri, dal I secolo all’inizio del IV secolo, è stato una testimonianza che ha convertito in poco tempo l’Impero romano. L’epoca in cui vive è un periodo di grave crisi politica e militare per l’Impero che ha attraversato l’anarchia militare (235-285) in cui si succedono decine e decine di imperatori morti spesso di morte violenta. Anche il tentativo di Diocleziano di riportare l’ordine e di amministrare il vasto Impero attraverso la tetrarchia si dimostra ben presto fallimentare. La crisi economica e militare, le frequenti carestie, la barbarizzazione dell’esercito coronano un quadro di crisi ampia e generale di cui i cittadini romani prenderanno coscienza solo qualche decennio più tardi.

Quando i Visigoti di Alarico saccheggiano Roma nel 410, il sacco viene percepito come un evento epocale in tutto l’Impero e nel De civitate dei Sant’Agostino parla della nuova città di Dio che si realizza in Terra, un mondo e una civiltà nuovi, cui tutti gli uomini possono appartenere. Siamo molti anni prima di quella che è considerata la fine ufficiale dell’Impero romano, collocata nel 476. Eppure i segni della crisi sono ben visibili già all’epoca di Santa Barbara. La salvezza dell’uomo non proviene dalle riforme politiche, dalla sostituzione di un imperatore con un altro, dal mutamento della forma di governo dello Stato.

Che cosa tiene di fronte a uno Stato romano che nel 247 ha celebrato con l’Imperatore Filippo l’Arabo i mille anni di storia, ma che è in una profonda crisi da cui sembra non potersi più rialzare? Su quale certezza fondare la propria vita? «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene, nel quale trova la maggiore soddisfazione» (San Tommaso d’Aquino). Affascinata dall’incontro con Cristo, Barbara non rinnega la fede e la sua decisione di offrirsi in maniera totale a Lui. Grazie all’appartenenza a Lui Barbara ha potuto stare di fronte a tutte le circostanze, anche alla morte, certa del compimento e del destino buono. «Vi saranno un nuovo cielo e una nuova terra» (Sant’Agostino). Questo nuovo mondo, questa rinascita sono già ora, ovunque si incontrano uomini certi e cambiati dall’incontro con Cristo.



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