BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

BENEDETTO CROCE/ Veneziani: si è sbagliato, la religione non è una cosa privata

Pubblicazione:

Benedetto Croce (1866-1952) (Immagine d'archivio)  Benedetto Croce (1866-1952) (Immagine d'archivio)

È un film ben noto. Da tempo vediamo celebrare gli ultimi sette anni di Montanelli e non i precenti settanta. Allo stesso modo, l’unico Croce che emerge oggi, e di cui è riconosciuto il ruolo, è appunto il Croce maestro di libertà, di Europa e di antifascismo. Mentre c’è un conservatore, attento alle culture reazionarie, che sostiene il fascismo anche dopo l’assassinio Matteotti.

Ebbe idee a prima vista opposte sulla religione. Criticò i Patti lateranensi dicendo che «ascoltare una messa è un fatto di coscienza». A così tanti anni di distanza aveva ragione o aveva torto?

Io credo che avesse torto. Nel senso che non si può immaginare una religione che sia vissuta soltanto nella dimensione privata, perché la religione, nella parola stessa, indica anche un legame sociale, comunitario, e come tale ha una dimensione pubblica. Da questo punto di vista credo che Croce sia stato l’interprete d’avanguardia di una esigenza che definirei neoprotestante, cioè quella che riduce la religione a fatto privato; senza cogliere l’importanza storica per il nostro Paese di ricucire la coscienza ferita degli italiani, divisi in modo innaturale tra l’essere credenti e l’essere cittadini.

E cosa pensa del «non possiamo non dirci cristiani»?

Implica un ulteriore passo di Benedetto Croce, forse sollecitato dalle urgenze della storia. In un momento in cui la civiltà liberale deve unirsi alla civiltà cristiana per difendersi dal neopaganesimo nazista che sta attraversando e squassando l’Europa, Croce sente come suo dovere civile quello di richiamarsi all’eredità cristiana, fattore di identità e di coesione sociale. In questo contraddice il Croce liberale laico che invece pensa che la religione debba rimanere nel chiuso della coscenza individuale.

Qual è il Croce che lei preferisce?

Credo nella vitalità della sua cultura letteraria molto più che in quella della sua filosofia. Apprezzo la sua passione per la storia e il modo di raccontarla e penso alla sua mirabile Storia del Regno di Napoli. Ecco, direi che la lezione più vera di Croce è la sua capacità di tradurre la filosofia in una «saggezza» della vita.

(Federico Ferraù)



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
09/12/2012 - Per una giusta interpretazione di Croce (Salvatore Ragonesi)

Marcello Veneziani è un intellettuale di grande valore, ma dimostra di possedere una competenza non adeguata sulla "questione crociana".Mi dispiace per lui, ma non è possibile identificare Stato "autorevole" e Stato "autoritario". Croce era un liberale giolittiano che chiedeva uno Stato "autorevole" capace di non cedere alle fazioni, ai settarismi e alla prepotenza di massa o di gruppi, e di assicurare la libertà costituzionale a tutti i cittadini. Per questo motivo egli divennne un deciso antifascista quando, nel 1925, ebbe piena coscienza della reale natura del regime di Mussolini, e scrisse il famoso "Manifesto degli antifascisti", che è anche un documento antigentiliano. Il giovane Croce, poi, era stato allievo di Antonio Labriola,frequentò il socialismo, pubblicò "Materialismo storico ed economia marxistica" (Palermo 1900) e fu ammiratore di Marx, oltre che amico di Sorel e di molti altri intellettuali stranieri. Croce,come Giolitti, non è stato un "interventista" nella prima guerra mondiale, e ciò avrebbe dovuto far riflettere tanto Marcello Veneziani per una sua più giusta collocazione storiografica. Quanto alla religione, Croce è stato teorico di una religiosità intimamente vissuta, ma con un forte risvolto etico (cfr. "Perché non possiamo non dirci cristiani", il primo capitolo della "Storia d'Europa" titolato "La religione della libertà", lo scritto su Galeazzo Caracciolo, calvinista napoletano esule a Ginevra). La religiosità di Croce è stata giustamente considerata "religione civile".