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BENEDETTO CROCE/ Veneziani: si è sbagliato, la religione non è una cosa privata

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Benedetto Croce (1866-1952) (Immagine d'archivio)  Benedetto Croce (1866-1952) (Immagine d'archivio)

Nemico del fascismo? Andiamoci piano. Anzi, per un po’ ha creduto che proprio il fascismo potesse fare pulizia. Non c’è dunque solo un Benedetto Croce antifascista, quello che parlava delle «condizioni gravissime e quasi disperate» del Paese dopo il ’43, citato di recente anche dal Capo dello Stato. Perché il Croce liberale è certamente esistito, ma fu un liberalismo multiforme il suo, variamente ispirato, e per questo da spiegare. È nella sua filosofia della libertà che trova posto il ruolo del cattolicesimo: fu proprio la temperie spirituale di un’Europa vittima dell’ideologia nazista a convincere Croce che la religione cattolica aveva ancora qualcosa da dire. Non «dimezziamo» però il filosofo napoletano, dice Marcello Veneziani.

«Quello che metterei in discussione è il ridurre Croce solo ad uno dei suoi aspetti significativi, dimenticando per esempio il ruolo che ha avuto nell’Italia giolittiana, prima che si formasse il fascismo. Il Croce leader morale dell’antifascismo italiano nel nome della libertà e dell’Europa è sicuramente un Croce autentico, ma non è l’unico».

Ci parli dell’«altro» Croce.

Croce è innazitutto un conservatore prima di essere un liberale. È un appassionato cultore e difensore dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale, dell’Italia della destra storica di Silvio Spaventa. Come cultore dell’hegelismo italiano, è molto più a favore di uno Stato forte che di uno Stato assente. Il suo liberalismo non ha nulla a che vedere con la teoria tipicamente anglosassone dello Stato minimo.

Ma allora che liberalismo è?

Un liberalismo che si concilia bene con l’autorità; almeno per quanto riguardsa il primo Croce, quello che guarda alla realtà dell’ottocento e la immette nel novecento. Il liberalismo di uno Stato che interviene anche in economia e fa numerose nazionalizzazioni.

Cosa possiamo dire dei rapporto Croce-Gentile?

È intenso, soprattutto negli anni precedenti allo scoppio della guerra. Ma sappiamo che le ragioni della successiva separazione derivano dalla lettura dell’idealismo: Croce accusa Gentile di misticismo, di una deriva quasi irrazionale all’interno del pensiero hegeliano, mentre non c’è traccia di una divergenza motivata dal fascismo, come poi ci hanno fatto credere. Il fascismo acuisce la differenza tra i due, ma in realtà nella prima frattura tra Croce e Gentile è Croce il più vicino al fascismo originario. È Croce a immettere nella cultura italiana Georges Sorel che è uno dei primi riferimenti culturali del fascismo, è Croce che parla, sia pure in una dimensione critica, di Stato etico; è Croce che persino incoraggia il fascismo e lo paragona alle orde sanfediste del cardinale Ruffo, ritenendo che il fascismo abbia la funzione di spazzare il campo dal bolscevismo e dalla crisi spirituale e di rimettere in piedi l’autorevole Stato italiano. Ricordo infine che è Croce a suggerire Gentile come ministro della pubblica istruzione per realizzare quel progetto di riforma della scuola che lui, da ministro, aveva avviato in epoca giolittiana. In questa visione, il fascismo ha per Croce una funzione proedeutica al ripristino del vero liberalismo.

Ma allora dov’è finito questo Croce? È come se nei pochi recenti articoli apparsi in occasione dei sessant’anni della morte, fosse scomparso.



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COMMENTI
09/12/2012 - Per una giusta interpretazione di Croce (Salvatore Ragonesi)

Marcello Veneziani è un intellettuale di grande valore, ma dimostra di possedere una competenza non adeguata sulla "questione crociana".Mi dispiace per lui, ma non è possibile identificare Stato "autorevole" e Stato "autoritario". Croce era un liberale giolittiano che chiedeva uno Stato "autorevole" capace di non cedere alle fazioni, ai settarismi e alla prepotenza di massa o di gruppi, e di assicurare la libertà costituzionale a tutti i cittadini. Per questo motivo egli divennne un deciso antifascista quando, nel 1925, ebbe piena coscienza della reale natura del regime di Mussolini, e scrisse il famoso "Manifesto degli antifascisti", che è anche un documento antigentiliano. Il giovane Croce, poi, era stato allievo di Antonio Labriola,frequentò il socialismo, pubblicò "Materialismo storico ed economia marxistica" (Palermo 1900) e fu ammiratore di Marx, oltre che amico di Sorel e di molti altri intellettuali stranieri. Croce,come Giolitti, non è stato un "interventista" nella prima guerra mondiale, e ciò avrebbe dovuto far riflettere tanto Marcello Veneziani per una sua più giusta collocazione storiografica. Quanto alla religione, Croce è stato teorico di una religiosità intimamente vissuta, ma con un forte risvolto etico (cfr. "Perché non possiamo non dirci cristiani", il primo capitolo della "Storia d'Europa" titolato "La religione della libertà", lo scritto su Galeazzo Caracciolo, calvinista napoletano esule a Ginevra). La religiosità di Croce è stata giustamente considerata "religione civile".