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IDEE/ Cosa avevano in comune Havel, Patocka e Solzenicyn?

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Particolare della celebre copertina del Leviathan, scritto da Thomas Hobbes nel 1651 (Immagine d'archivio)  Particolare della celebre copertina del Leviathan, scritto da Thomas Hobbes nel 1651 (Immagine d'archivio)

Quindi si tratta di una reificazione dell’essere umano più subdola di quella all’opera ai tempi dell’industrializzazione selvaggia o nei regimi totalitari. Qui il ruolo giocato dal giusto sembra ancora più radicale, perché il giusto indica la via di un’ascesi individuale che però appare debole, addirittura impotente di fronte alla logica funzionalistica imperante.

Il giusto è impotente per definizione perché non cerca di oppore un potere buono a un potere cattivo. La strategia del giusto non è rivoluzionaria e nemmeno riformistica (anche se non disdegna un impegno politico capace perlomeno di mitigare l’ingiustizia). Questa è la grande lezione dei dissidenti come Vaclav Havel, Jan Patočka. Aleksandr Solzenicyn. La questione da cui nasce il dissenso non è politica ma culturale, esistenziale. Come vivere da uomini qui e ora? I dissidenti pongono al centro i bisogni umani che, anche quando sono bisogni materiali, portano sempre con sé un’esigenza di senso. La loro "piattaforma" di cambiamento coincide con la creazione di legami sociali capaci di farsi carico di tale esigenza culturale ed esistenziale. Il loro "progetto" si realizza attraverso la creazione di realtà comunitarie che interagiscono con la logica sociale imperante (da cui nessuno può tirarsi miracolosamente fuori) confrontandosi e rilanciando desideri di autenticità, di verità nei rapporti e nelle scelte.

Una debolezza che sembra quasi una risorsa.

Certo, perché chi agisce considerando i bisogni reali, anche se non ha un’incidenza politica immediata, ha dalla parte sua il "cuore" umano, che è identico in tutte le epoche e latitudini. Inoltre non si pone in un atteggiamento utopistico. La vita non è "altrove", come nelle prospettive rivoluzionarie, ma è ora. I dissidenti erano convinti che non avrebbero mai visto la fine comunismo, ma non per questo rinunciarono a vivere da uomini. A un’amica che gli chiedeva quando sarebbero stati finalmente liberi, padre J. Popielusko (l’ultimo grande martire di Solidarnosc) rispose: "Ma io sono già libero!".

Cosa possiamo sperare, allora?

Occorre recuperare ciò che insegna la saggezza biblica. La speranza nasce dalla fede. E la fede è innanzitutto fiducia. Il giusto è capace di fede perché non calcola. Nel suo esporsi al rischio di persecuzione, di strumentalizzazione, di emarginazione il giusto dà tempo all’altro (anche al suo nemico) rimanendo in una posizione comunicativa. Il tempo che così si costituisce è lo spazio di una possibile intesa, di un riconoscimento, di una parola comune. Nel suo sacrificio il giusto ricostituisce così il tessuto sociale, senza escludere nessuno in linea di principio. È proprio l’opposto di ciò su cui insiste il sistema massmediatico odierno, soprattutto in Italia, pieno di individui che denunciano il male (che è sempre e solo altrui) e che lavorano per un redde rationem politico-giudiziario, inizio di una futura epoca di prosperità e di pace che in realtà non si intravvede mai.

(a cura di Gianfranco Dalmasso)

 



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COMMENTI
09/12/2012 - rivoluzione difficile (Pietro Davoli)

il percorso indicato da Maletta è difficile perché implica una grande fiducia in una verità che non cerca scorciatoie e che ha la pazienza di transitare attraverso il cambiamento dei rapporti comunitari. Disponibilità al lavoro ed al sacrificio; rifiuto di scorciatoie o di violenze: due tratti difficili da riscontrare nel panorama attuale.