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IDEE/ Cosa avevano in comune Havel, Patocka e Solzenicyn?

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Particolare della celebre copertina del Leviathan, scritto da Thomas Hobbes nel 1651 (Immagine d'archivio)  Particolare della celebre copertina del Leviathan, scritto da Thomas Hobbes nel 1651 (Immagine d'archivio)

Ragionare del giusto in ambito politico sembra paradossale di questi tempi. Ciò è tanto più urgente se la questione viene affrontata a partire dal suo contrario, l’ingiusto. L’esperienza dell’ingiustizia infatti si pone e si è posta sempre come la principale motivazione dell’impegno politico. Ne parliamo con Sante Maletta, docente di filosofia politica nell’Università della Calabria e membro dell’Associazione Prologos, autore del volume Il giusto della politica. Il soggetto dissidente e lo spazio pubblico (Mimesis 2012).

Sin dalle prime pagine si trova affrontata la questione della giustizia a partire dall’esperienza dell’ingiusto. Quella del giusto (dell’essere umano giusto) non sembra essere una dimensione intimistica. Riguarda piuttosto la natura e il funzionamento dei rapporti sociali, e indica un ideale che opera nella quotidianità dei legami interpersonali.

Si tratta di una consapevolezza che è sempre rimasta viva sino all’inizio della modernità politica, quando si è cominciato a immaginare un ordine sociale capace di reggersi su basi diverse dalle qualità morali dei singoli. In altre parole, a partire dal Seicento in poi la questione diventa: come possiamo vivere in maniera ordinata e non troppo ingiusta dato per scontato che gli uomini sono cattivi? Ciò che determina il comportamento pubblico degli individui sono infatti le loro passioni egoistiche. Da allora, per parafrasare T.S. Eliot, si sono cominciati a immaginare sistemi talmente perfetti all’interno dei quali agli uomini non fosse più richiesto di essere buoni.

Ecco il legame con i totalitarismi novecenteschi, i quali hanno cercato di dare corpo a tale utopia producendo il suo opposto, la dis-topia, l’utopia negativa di sistemi sociali fondati sul terrore e la menzogna. Leggendo il libro, però, non sembra che le liberaldemocrazie capitalistiche ne escano tanto bene... In fondo noi viviamo un’epoca in cui l’esperienza dell’ingiustizia coinvolge strati sempre più ampi della popolazione accompagnandosi a un senso crescente di impotenza. Oggi non sappiamo neppure contro chi lottare, dato che il sistema capitalistico avanzato funziona in modo da occultarle responsabilità dei singoli. La cause della speculazione, della crisi, dell’impoverimento delle masse sono concepite come fenomeni “naturali”, come il vento e la pioggia, e comunque sono sempre altrove.

L’esperienza di ingiustizia oggi coinvolge anche il ceto medio nella forma dell’esclusione. Esclusione dalle scelte fondamentali sulla vita, il lavoro, l’educazione, la salute, la morte. Scelte che vengono prese da organismi internazionali, eletti, ma opachi rispetto al controllo dell’opinione pubblica (ammesso e non concesso che questa esista ancora) e animati da logiche economicistiche, se non meramente finanziarie. I nostri parlamentari svolgono gran parte della loro misera attività istituzionale nel ratificare provvedimenti e raccomandazioni di organismi internazionali più o meno misteriosi agli occhi dell’uomo della strada. La chiamano (con un eufemismo degno della neolingua orwelliana) governance.



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COMMENTI
09/12/2012 - rivoluzione difficile (Pietro Davoli)

il percorso indicato da Maletta è difficile perché implica una grande fiducia in una verità che non cerca scorciatoie e che ha la pazienza di transitare attraverso il cambiamento dei rapporti comunitari. Disponibilità al lavoro ed al sacrificio; rifiuto di scorciatoie o di violenze: due tratti difficili da riscontrare nel panorama attuale.