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DOSTOEVSKIJ/ Che cosa rende la vita meglio del niente?

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Andrej Rublëv, La Trinità (1422), particolare (immagine d'archivio)  Andrej Rublëv, La Trinità (1422), particolare (immagine d'archivio)

E che cosa c’è allora, dentro questa vita “intera”, che la renda davvero desiderabile, preferibile al niente, o al mondo dorato dei sogni e delle utopie del progresso? Dostoevskij con lucidità impressionante definisce il cuore dell’uomo (e dunque la vita stessa) un campo di battaglia, un luogo di tensione inesorabile. Definisce ogni istante dell’esistenza il momento di un’opzione decisiva. Si tratta della nostra libertà: questo è il privilegio che rende la vita “bella” anche se difficile (o forse proprio perché tale). Vita che, ammette Dostoevskij, compie autenticamente se stessa, risponde davvero al proprio bisogno, quando di fronte alla gioia, alla bellezza, all’amore, si inginocchia e dice sì.

Questo è ciò che rende la vita meglio del niente, non le idee nobili o le cose utili: ma ciò per cui al cuore viene spontaneo ringraziare. Il sorriso affascinante e puro, né maligno né sciocco, di un uomo che sia rimasto nel cuore bambino; la bellezza infinita che ci circonda, quella del sole che nasce e dell’erba che cresce; l’amore vigile, umile, attivo, che si trasforma in pietà per ogni indifeso.

Rimane la questione di Dio e dell’ateismo assoluto, “più rispettabile”, si legge in un celebre passo dei Demoni, dell’indifferenza mondana. Perché, scrive Dostoevskij, “l’ateo assoluto sta sul penultimo gradino della più perfetta fede, mentre l’indifferente non ha più nessuna fede” ma solo paura. Questo è il male della nostra come di ogni epoca: l’indifferenza, l’accidia di chi rimane sempre scettico, di chi non si lascia mai andare e sta sempre con i remi in barca. Ai piedi della scala, senza accettare la sfida che la nostra stessa natura, zeppa di desideri e domande, ci pone.

Ma le pagine di Dostoevskij sono lì apposta: perché noi si viva sempre accesi di passione e interesse per la realtà che ci viene incontro. Risuonano come una sveglia, come un rinnovato invito a quella vigilia che solo è vita vera.



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