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DOSTOEVSKIJ/ Che cosa rende la vita meglio del niente?

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Andrej Rublëv, La Trinità (1422), particolare (immagine d'archivio)  Andrej Rublëv, La Trinità (1422), particolare (immagine d'archivio)

A Fëdor Dostoevskij dobbiamo, in primo luogo, nient’altro che una testimonianza di gratitudine e sconfinata ammirazione, poiché con i suoi romanzi e i suoi racconti, le sue lettere drammatiche e commosse e le sue febbrili note di diario, quest’uomo ci consegna ogni giorno tutti gli stimoli e gli strumenti per essere altezza del nostro destino. Per non essere meschini, tiepidi, paurosi di fronte all’incalzare della realtà e della vita.

Come quelle scientifiche, anche le rivoluzioni letterarie modellano l’immagine che l’umanità si forma di sé medesima e del mondo. E solo per pavidità o timidezza, a fronte di quella copernicana o newtoniana, non collochiamo la rivoluzione dostoevskijana: ma la sostanza non muta. Coi suoi libri, con le sue migliaia di pagine, Dostoevskij ha mutato per sempre il corso dei nostri pensieri sulla nostra stessa natura. Basterebbe far caso a quanto ci dice intorno a tre semplici parole: il cuore, la libertà, il mistero. Questioni o concetti tutt’altro che astratti, con cui ciascuno, quotidianamente, è chiamato a confrontarsi, in bilico tra l’invadenza del male e la propria passione irriducibile per la felicità. Eppure, questioni o concetti che perfettamente definiscono quel che larga parte dell’educazione oggi alla moda vorrebbe censurare o rimuovere: il dramma della nostra vocazione, della nostra destinazione, della nostra costituzione.

I suoi testi, da questo punto di osservazione, posseggono una coerenza e una tensione formidabili. Da un lato, con amarezza e ironia, registrano l’inconsistenza, la banalità, la superficialità volgare e arrogante di quanti pensano di poter ridurre l’uomo, e la vita, alle misure quantitative di essa. Ma la carne e le viscere, ci avverte questo nostro fratello maggiore, non sono solo massa, non sono solo chili e centimetri. Sono anche un fremito, un palpito, una scossa: qualcosa di non riducibile alla logica deterministica del positivismo, alla dialettica algebrica, all’astratto moralismo.

Si richiamino un paio di date: la parabola di Dostoesvkij si svolge dal 1846 di Povera gente al 1880, quando termina I fratelli Karamazov, con un picco intorno alla metà degli anni sessanta (gli anni di Delitto e castigo e dell’Idiota). Del 1842 è l’ultimo volume del Corso di filosofia positiva di August Comte, dove si sostiene la natura esclusivamente biologica e sociale, cioè pratica, dell’uomo, espungendo come astratta chimera ogni ipotesi di altro genere. Che le due esperienze siano fortemente, e contrastivamente, connesse, è indubitabile.

Questa è la prima verità, o la prima esortazione, di Dostoevskij: amare la vita tutta intera – con le parole di Aliosa Karamazov – più della logica risoluzione di essa a un semplice pensiero, a un teorema, a un sistema di postulati. Amare la vita più una devitalizzante sua metamorfosi, che ne rimuova i drammi, le inconcludenze, gli errori. Meglio sbagliare da vivi, che ridursi a manichini perfetti.



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