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FOIBE/ Lo storico: ecco i numeri di una tragedia "nascosta"

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Statistiche recenti dicono che dopo parecchi anni di celebrazione del Giorno del ricordo la conoscenza è aumentata di molto. Non così per l’esodo, e non è strano anche se è ugualmente preoccupante, perché dei due fenomeni quello più gravido di conseguenze è stato quest’ultimo. L’esodo ha praticamente cancellato il 90 per cento della presenza italiana nella Venezia Giulia. A differenza delle foibe – una tragedia più «visibile», molto più utilizzabile politicamente – l’esodo istriano-dalmata come fatto storico è rimasto in ombra ed è ancora poco conosciuto.

Perché per così lungo tempo – fino ai primi anni novanta – l’argomento foibe è stato tabù?

L’argomento ha interessato l’opinione pubblica più o meno fino agli anni cinquanta, anche perché oggetto di forte contrapposizione politica tra cattolici e comunisti. Poi la sovraesposizione, quando è cambiata la stagione politica, ha giocato al contrario, a danno della verità. Negli anni sessanta, settanta e ottanta infatti i rapporti tra Italia e Jugoslavia erano divenuti molto buoni: la Jugoslavia era diventata un investimento strategico per l’Italia, in quanto Stato-cuscinetto nei confronti dell’Urss. D’altra parte il Pci guardava con grande interesse all’esperimento jugoslavo. Se mettiamo insieme tutto questo, capiamo perché non c’era nessun interesse della politica a parlare dell’argomento. Attenzione: della politica, non degli studiosi. A noi storici interessava e lo abbiamo studiato. Soprattutto, anzi direi quasi esclusivamente, in sede locale.

Cosa significò per il Pci aver a che fare con un partito omologo ma di ispirazione diversa, come il Partito comunista jugoslavo (Pcj)?

Occorre tener presente che il Partito comunista nella Venezia Giulia era diverso dal Partito comunista italiano, perché a partire dall’autunno del 1944 all’interno del Partito comunista di Trieste e dell’Istria era prevalsa la corrente vicina al movimento di liberazione jugoslavo. Il partito comunista precedente era stato distrutto dai tedeschi; le componenti rimaste assunsero le direttive del Pcj, il che voleva dire molte cose: non solo battersi per l’annessione alla Jugoslavia, ma anche seguire linee di tipo rivoluzionario e oltranzista, radicali, ben diverse da quelle di Togliatti. Il tentativo di esportarle in Italia mise il Pci in un imbarazzo estremo. Nel complesso del problema che ci interessa, il Pci cercò di cavarsela come potè, dicendo, non dicendo, contraddicendosi.

Cos’hanno voluto dire questi eventi, e le relative ricerche, per la Jugoslavia prima, e poi per Croazia e Slovenia?

Per la Jugoslavia le foibe sono state davvero un tabù. La libertà di ricerca era del tutto assente, si potevano al massimo ripetere gli stereotipi della propaganda jugoslava dal ’45 in poi. Ogni tentativo di parlarne era considerato, come si diceva allora, una «provocazione». Quando la Jugoslavia si è dissolta, nelle nuove repubbliche si è cominciato a parlare di tutto, e questi argomenti sono stati oggetto di nuove ricerche, soprattutto in Slovenia. Il dato positivo, oggi, è che non è più possibile parlare di storici italiani e storici sloveni che difendono una tesi nazionale.

E nel caso della Croazia?



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