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FOIBE/ Lo storico: ecco i numeri di una tragedia "nascosta"

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

In Croazia invece i conti col passato sono molto più difficili, e solo adesso si comincia con enorme prudenza ad affrontare questi argomenti. La Croazia è diventata indipendente con una guerra che potremmo definire «risorgimentale», e l’impronta nazionalistica è ancora molto forte. La cultura croata sta ripensando solo ora, in modo faticoso e lacerante, a tutto quello che è successo durante il secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra. Ci sono parecchi scheletri negli armadi e quello degli italiani è un problema complicato. Ma qualcosa sta cambiando: non è un caso che le ricerche più interessanti vengano da giovani studiosi con la doppia cittadianza italiana e croata. Sono a cavallo tra le due culture: riescono ad accedere con maggiore facilità alle fonti e hanno uno sguardo diverso, più aperto.

Come si spiega il cambiamento, cominciato negli anni novanta, che ha potuto portare infine al Giorno del ricordo?

Da un lato l’evento fondante è l’89, il crollo del comunismo e – con esso – la riscoperta su scala europea di segmenti di storia dei quali prima non si parlava; dall’altro il mutamento di stagione politica in Italia, con la scomparsa dei partiti politici tradizionali e il presentarsi di nuove forze politiche bisognose di legittimazione culturale. Uno degli argomenti classici del sentimento nazionale italiano, il confine orientale, ha offerto questa possibilità. Tale fatto ha riacceso l’interesse della politica per la storia della Venezia Giulia, generando un circolo virtuoso: si parla del dramma, gli studi circolano. D’altra parte questo porta anche dei rischi, soprattutto quello di uso politico strumentale.

La storia del confine orientale italiano è «finita»?

La Venezia Giulia è un grande laboratorio, perché condensa, in un territorio molto piccolo, abitato da un milione di persone, uno dei principali fenomeni della contemporaneità nell’Europa centrale: il passaggio dall’Europa plurale – tipica del vecchio assetto politico centroeuropeo – a stati mononazionali, attraverso fasi assolutamente traumatiche fatte di eliminazioni di massa, spostamenti di popolazioni, esperimenti totalitari. Ma studiare la Venezia Giulia serve molto ancora oggi, perché ci permette di capire a fondo l’identità italiana; se è vero – e penso che sia innegabile – che solo per metà l’Italia come la conosciamo affonda le sue radici nel risorgimento. No, la storia del confine orientale è ancora aperta.



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