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IDEE/ Perché troppe regole fanno male alla (nostra) felicità?

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10), particolare (immagine d'archivio)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10), particolare (immagine d'archivio)

Ha ancora senso oggi parlare di virtù? Il mondo delle emozioni ha a che fare qualcosa con la ragione? Sono sufficienti i discorsi e le riflessioni sulle regole, sulle norme per fondare razionalmente l’agire morale dell’uomo? Sono solo alcune delle domande che vengono affrontate nel volume L’emozione del bene. Alcune idee sulla virtù di Giacomo Samek Lodovici. L’autore, docente di Storia delle dottrine morali nell’Università Cattolica di Milano, affronta tali tematiche riuscendo ad abbinare una trattazione sistematica ad una esposizione chiara e semplice (non semplicistica), spiegando, in modo comprensibile per tutti, spesso anche attraverso efficaci esempi, teorie filosofiche complesse. In questo modo, senza venire meno in alcun aspetto al rigore scientifico richiesto dall’analisi teoretica svolta, riesce a fare capire, anche ai non addetti ai lavori, l’importanza di riflettere su temi di etica, cercando di guadagnare una prospettiva integrale dell’uomo, che non escluda cioè nessuna della sue dimensioni fondamentali.

Mi permetto di sottolineare solo alcuni degli aspetti che maggiormente mi hanno colpito e che ritengo possano rendere questo volume un testo di estremo valore e di grande utilità.

Innanzitutto, che cosa troviamo all’origine dell’azione morale? Recuperando e leggendo con estremo acume la tradizione aristotelica-tomista, confrontandola con posizioni moderne-contemporanee, l’autore suggerisce che l’atto di gratuità proprio dell’amore e dell’amicizia sia il momento originario e costitutivo della moralità: «per agire bene l’uomo ha bisogno di essere amato». In tempi come quelli che viviamo, di fronte alla difficile situazione economica e sociale – le cui origini ci viene detto da Benedetto XVI sono di natura morale – spesso sentiamo dire che la soluzione consista nell’introdurre nuove regole. Invece, l’autore, con realismo autentico, ci ricorda e, soprattutto, ci spiega che «per agire moralmente bene non basta essere solo provvisti di norme, regole». L’uomo non è autosufficiente, il rapporto con l’altro è costitutivo di sé: «l’azione virtuosa è attivata dal riconoscimento altrui, perché quest’ultimo è necessario per amare se stessi e se non riesco ad amare me stesso sono menomato nell’agire e spesso incapace di amare gli altri». Un esempio chiaro, presente nel volume e adeguatamente contestualizzato, è sicuramente quello del rapporto educativo tra genitori e figli: «lo sviluppo della moralità del figlio richiede che i genitori lo amino e che siano oggetto della sua ammirazione: in questo modo, essi suscitano in lui il senso del suo valore ed il desiderio di diventare una persona come loro». Senza persone che mostrano benevolenza nei nostri confronti, senza persone a cui guardare ammirati diventa difficile lo sviluppo della nostra moralità.



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