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MANI PULITE/ Gherardo Colombo: ho smesso di fare il pm per non dover più giudicare

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Gherardo Colombo (Imagoeconomica)  Gherardo Colombo (Imagoeconomica)

Sicuramente sappiamo che non lo si può fare attraverso il carcere, perché il 68 per cento delle persone che escono dal carcere tornano a delinquere. Questa è la prova più lampante della sua inutilità. Si dirà: qual è l’alternativa? L’alternativa è una strada, non bisogna nasconderselo, molto difficile. Occorre un percorso attraverso il quale le persone che hanno deviato assumano la responsabilità delle loro azioni. Il carcere fa l’opposto, perché è de-responsabilizzante.

La sua non è una posizione semplice.

Mi rendo conto che l’umanità ha vissuto avendo come punto di riferimento per la devianza il principio di retribuzione. E so che è un percorso difficile da capire, come è difficile spogliarsi di queste istanze «di pancia» che ci rendono così difficile ragionare su questo tema.

Non è possibile che la detenzione possa far parte di un percorso attraverso cui il detenuto riflette su di sé, su quello che ha fatto?

Separerei due aspetti. Un aspetto è quello della pericolosità: quando una persona è pericolosa deve essere messa in condizioni di non nuocere: è il lato della prevenzione. Che – a rigore – dovrebbe anche prescindere dall’effettiva commissione di un reato. Se una persona dice: «adesso faccio una strage», non è necessario che prima la compia per essere resa inoffensiva; occorrerebbe farlo prima.

Come facciamo?

Occorre che quella persona stia in un luogo «a parte». Ma stare da un’altra parte non può voler dire perdere tutti i contatti con la famiglia ed essere chiuso in una cella di tre metri per quattro con altre persone che non ha scelto lui; non può voler dire non potersi fare curare dal proprio medico di fiducia; o poter fare la doccia solo quando lo decidono gli altri.

Si tratta però sempre del carcere. O no?

Vede, quello del carcere diviene un aspetto che non possiamo nemmeno più chiamare, appunto,  «detentivo», perché l’uso di questo termine richiama solo ed esclusivamente il carcere come lo conosciamo oggi. Allora la parola risulta fuorviante. Il significato che diamo normalmente alla parola «detenzione» non ci fa capire che cosa intendiamo per una forma di separazione dagli altri funzionale all’acquisizione della responsabilità e al recupero della persona. Un percorso di cui la vittima è parte in causa e non, viceversa, da cui è esclusa, come avviene oggi.

Il cosiddetto «ristabilimento della giustizia» ha a che fare solo con la dimensione soggettiva, o anche con una dimensione oggettiva cioè con un «ordine» che sarebbe stato violato?

Sarei per evitare queste generalizzazioni, che fanno perdere il contatto con i casi concreti; perché questo «ordine sociale» che verrebbe violato è di una astrazione tale che non riusciamo nemmeno più a raccapezzarci. Quando una persona fa un grave torto ad un’altra persona, la cosa che bisognerebbe riuscire a fare è ricomporre la relazione; di chi ha fatto il torto con chi ha subito il torto e con il resto della società.

Lei ha anche ipotizzato soluzioni alternative per attuare questo recupero?



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