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MANI PULITE/ Gherardo Colombo: ho smesso di fare il pm per non dover più giudicare

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Gherardo Colombo (Imagoeconomica)  Gherardo Colombo (Imagoeconomica)

Il mio libro prende in esame moltissimi strumenti di mediazione penale e di giustizia ripartiva adottati in moltissimi paesi, dalla Germania al Belgio, dal Canada all’Australia e alla Nuova Zelanda. Rimando alle riflessioni contenute in quella sede.

Evitiamo dunque le generalizzazioni e rimaniamo nel concreto. Cosa pensa di un caso recente come quello del padre del carabiniere ucciso da Marino Occhipinti, che giura di non voler perdonare il suo omicida?

Ho smesso di fare il pm per non dover giudicare. Le posso dire che evidentemente si è trattato di una sofferenza immensa, nello stesso tempo, però, mi faccio delle domande, e mi chiedo se la grande sofferenza che questa persona patisce, possa essere lenita in un modo diverso che non sia quello dell’avere la sicurezza che la persona che è stata causa di questa sofferenza soffra a sua volta.

Cosa pensa dell’articolo 27 della nostra Costituzione?

Avrei preferito l’uso di una parola diversa da quella della «pena». Comprendo che storicamente questo non sia stato possibile, ma a mio modo di vedere è un termine che appartiene solo ed esclusivamente al vocabolario della retribuzione e non della giustizia riparativa. Che il trattamento successivo al reato debba consistere in una rieducazione tendente al reinserimento e al recupero della persona, è cosa che assolutamente condivido. Metterei insieme a questi capisaldi anche l’ultimo comma dell’articolo 13.

Nell’attuale regime di restrizione ci sono detenuti che abbracciano forme di recupero basate sul lavoro in carcere. La loro percentuale di recidiva è praticamente azzerata. Che ne pensa?

È la conferma di quanto vado dicendo. Un carcere in cui le persone stanno chiuse in cella per 22 ore al giorno senza fare sostanzialmente nulla, è un carcere che non aiuta il recupero e la socializzazione. Al contrario il lavoro serve moltissimo a recuperare rapporti, a ricostruire significati.

In una recensione al suo lavoro pubblicata su queste pagine si avanzano dubbi sulla praticabilità di un sistema come quello da lei prospettato, «basato esclusivamente sul perdono ed escludente radicalmente la dimensione sanzionatoria della pena e l’idea di espiazione».

Sì, ho letto. Guardi, io penso che la sofferenza possa avere anche una valenza positiva, soltanto però quando si tratta di una sofferenza accettata, accolta dalla persona che soffre. Qui il tema centrale è quello dell’imposizione: e l’imposizione, secondo me, porta sempre con sé una dose troppo forte di negatività.

(Federico Ferraù)




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