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IDEE/ Barcellona: noi, vittime del miraggio di un'Italia senza partiti

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Seguendo il dibattito quotidiano che si sviluppa in questi mesi, due sembrano i dati emergenti su cui si concentra l’attenzione. Sul piano della descrizione dei fenomeni più diffusi vengono individuati come connotati dell’epoca il distacco crescente e drammatico fra il sistema politico e i cittadini del nostro Paese.

È molto di più della cosiddetta spinta antipolitica, che caratterizza questa fase della vita dell’Europa e dei popoli occidentali. Si tratta della constatazione che nessuna istituzione pubblica, oltre il Parlamento e il Governo, costituisce un punto di riferimento per l’orientamento dei cittadini. Gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze non credono più nella funzione dei partiti e della rappresentanza politica ma neppure nella magistratura, nella pubblica amministrazione e persino nella Chiesa cattolica.

Per contro sembrano aumentare le manifestazioni di mobilitazione sociale, realizzate principalmente attraverso le nuove forme di comunicazione digitale. Da un lato si parla di una società senza Stato, dall’altro di una nuova forma di democrazia diretta che tende ad istituire le manifestazioni dirette delle mobilitazioni popolari come espressione di una nuova forma di partecipazione alla vita collettiva.

Molti commentatori guardano a questa fenomenologia come la fine della fase tradizionale della politica organizzata sui partiti e sulle istituzioni rappresentative e come la nascita di un nuovo ciclo, caratterizzato da una dialettica diretta fra il capo, decisore in ultima istanza dei conflitti, e il popolo che si autoconvoca per mettere in scena direttamente le proprie pretese e le proprie aspettative.

Ciò che in questa prospettiva, che viene delineata nei termini di un’apparente e maggiore democrazia popolare, è assolutamente omesso è il significato che deve attribuirsi all’espressione “società senza Stato” e cosa nel mondo attuale può continuare a indicarsi col termine “società”. La società non può in verità intendersi come un puro presupposto sociologico al quale lo Stato e le istituzioni forniscono strumenti e meccanismi per l’organizzazione e la gestione dei bisogni collettivi.

 La società è in realtà la prima istituzione dalla quale tutte le altre traggono poi la rispettiva legittimazione e le rispettive funzioni. Come è stato giustamente osservato, non può esistere società senza istituzioni, giacché è la stessa società che si dà istituendosi e producendo contestualmente le forme e l’articolazione delle diverse funzioni che sono essenziali per il suo funzionamento.

È in questa dimensione pratica ed effettiva che i membri di una comunità/società elaborano la propria visione del mondo, le regole per il governo della produzione e riproduzione sociale, la separazione fra ciò che è privato e ciò che è pubblico, e le modalità concrete per decidere collettivamente sugli obiettivi da perseguire in comune. La sostanza profonda di ogni società è sempre un vincolo comunitario nel quale si realizza una “comunicazione” assai più intensa di quella rappresentabile attraverso il semplice discorso pubblico. 



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