Cultura
giovedì 16 febbraio 2012
Quando Raskolnikov, in Delitto e Castigo di Dostoevskij, confessa a Sonja l’omicidio compiuto, ella subito esclama: «Vi siete allontanato da Dio». Quando l’uomo manca in qualsiasi modo nei confronti dell’altro, la sua mancanza non ha appena il tratto dello sgarbo o della violazione del “contratto sociale” o della interruzione di una armonia artificiale. Ogni mancanza dell’uomo nei confronti dell’uomo ha lo spessore del peccato, della ribellione a Dio e della rottura dell’amicizia con Lui.
Ma essendo asimmetrica la relazione dell’uomo con Dio, una volta che l’uomo ha mancato non gli è possibile alcuna vera riparazione. In realtà, nella Rivelazione, la prima mancanza, la matrice di ogni successiva e possibile mancanza si trova nella trasgressione del patto che Dio aveva stabilito con l’uomo e non nella relazione con l’altro uomo. Anche per questo ogni crimine, ogni delitto che l’uomo commette contro un altro uomo, reca in sé il tratto della prima disobbedienza. Non solo, ma nel peccare l’uomo oltre ad andare contro il suo Creatore, si sottomette ad un altro che lo soggioga e lo tiene in scacco. Di più. È proprio quest’altro che lo induce a mancare e in quell’agire l’uomo è sempre, in una certa misura, estraniato da sé: è lui che agisce, ma un altro agisce malignamente in lui.
Nel delitto, sia esso grave o meno grave, è presente tutto questo spessore e l’uomo fa esperienza di che cosa significhi la soggezione al male, che, in realtà, è soggezione al Maligno.
E non è tutto qui. Il male che l’uomo compie non solo non è “suo” nel senso che proviene sempre dal maligno, ma anche nel senso che in lui si ricapitola sempre, in misura più o meno grande, il male o il difetto di bene che altri hanno compiuto nei suoi confronti. «Nel peccato mi ha generato mia madre» dice il Salmo di Davide. Così l’uomo si trova al termine di una catena di male e di non bene di cui viene ad essere erede inconsapevole.
Tanto profondo è il mysterium iniquitatis, il mistero dell’iniquità, che l’uomo, da solo, lasciato a se stesso, è impotente di fronte ad esso, e non su di un solo fronte, ma su più fronti. Egli non riesce in nessun caso a ritrovare la sua primeva integrità e innocenza, e non è in grado di rientrare nell’obbedienza a Colui che vuole il suo bene.
Quando l’uomo, posto in questa condizione, si viene a trovare dinanzi ad un tribunale umano, dove uomini come lui sentenziano nei suoi confronti e gli comminano una pena sanzionatoria del suo delitto, egli non si trova ancora di fronte all’entità reale del suo misfatto e alla portata antropologica e teologica di esso.
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