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STORIA/ Lenka, un paio di jeans e l’"inganno" dell'Occidente

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Sul Ponte Carlo, a Praga (Imagoeconomica)  Sul Ponte Carlo, a Praga (Imagoeconomica)

Quella mattina Lenka uscì di casa con in tasca una sessantina di “buoni”. Li aveva comprati per 300 corone dal fratello di Jana, sua compagna di corso, uno che aveva agganci con i cambiavalute che facevano capannello davanti ai negozi Tuzex. Provava un misto di gioia e apprensione: mentre sua madre stava facendo la coda per la carne in un triste negozio della periferia praghese, entrare in un Tuzex era come fare un viaggio in Occidente. Ti seducevano i sorrisi delle commesse – scelte fra l’élite del personale o tra i parenti dei direttori di rete –, ti assaliva l’aroma del caffè, i profumi ti facevano sentire in una boutique parigina, e ti veniva voglia di fare come nella barzelletta di quel poliziotto che scavalca il bancone e chiede asilo politico... C’erano i turisti occidentali che pagavano in valuta, i compatrioti privilegiati che ostentavano i “buoni” maturati grazie ai loro impegni di lavoro all’estero o avuti da amici e parenti dell’emigrazione, e poi la fila dei comuni cittadini come lei, che avevano acquistato i «buoni» al mercato nero. 

Lenka stringeva forte quei fogliettini colorati che le avrebbero permesso il suo primo paio di jeans da indossare la sera, e chissà che non sarebbero bastati anche per una tavoletta di cioccolato svizzero e un pacchetto di sigarette americane. Si ricordava un servizio televisivo sui Tuzex in cui avevano mostrato abiti alla moda, collanine da sogno, televisori moderni – c’era persino un cagnolino giocattolo che faceva la pipì. 

Come negli altri paesi socialisti, di fronte al fallimento dell’economia pianificata e alla necessità di disporre di moneta forte, verso gli anni sessanta la Cecoslovacchia aveva introdotto una rete di negozi che offrivano merce di prima qualità, prodotta internamente o di importazione, a prezzi improponibili per gli “operai e i contadini” ma concorrenziali rispetto al mercato occidentale. In questo modo il regime spillava direttamente valuta pregiata dagli stranieri (turisti o diplomatici) o dai propri cittadini che non avevano il diritto di possederla ed erano costretti a cambiarla in “buoni”.

Con alcune sfumature a seconda del paese, il sistema di negozi per privilegiati si consolidò in tutto il blocco orientale, anche se il primo esperimento risaliva alla rete Torgsin, introdotta in Urss nei primi anni trenta e mirata ad assorbire i rubli d’oro ancora in circolazione. Nelle città e nei porti principali dell’Unione così come negli alberghi per occidentali fiorirono i negozi Berjozka, almeno fino all’88 quando il governo sovietico nell’ambito della campagna di “lotta contro i privilegi e a favore della giustizia sociale”, liquidò il pagamento in “buoni”, e poi alla metà degli anni novanta l’intera rete dei Berjozka fu chiusa perché in perdita.



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