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MANI PULITE/ Lo storico: c'è un capitolo di quella storia che riguarda gli Usa...

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Antonio Di Pietro (InfoPhoto)  Antonio Di Pietro (InfoPhoto)

I tempi erano maturi. Pensiamo allo scandalo Lockheed, al discorso di Moro in Parlamento, a quel suo «noi non ci faremo processare». Non disse che non c’era stata la tangente, ma che la Dc non poteva essere chiamata in giudizio. Se l’immagina che una cosa del genere potesse dirla Forlani, quindici anni dopo?

Come reagiscono i partiti nel 1992 quando scoppia lo scandalo?

In virtù del loro glorioso passato, credono di essere intoccabili. Tutti ragioniamo con schemi mentali precedenti, perché è estremamente difficile inventarne di nuovi, quando le cose accadono. Scandali ce ne sono stati – pensano –, ma noi abbiamo il potere; perderemo l’1, il 2 per cento al massimo, ergo non cambia nulla. C’è da dire che si trattava di una classe politica che non si era creata spazi di cambiamento. Il gioco politico era molto stretto, dominato dall’idea del pentapartito.

E la magistratura?

Nell’azione dei magistrati ci sono diversi fattori. Innanzitutto i pm non sono degli alieni, appartengono anch’essi alla cultura del loro tempo. La magistratura degli anni 50 era entrata in carriera negli anni del regime: uomini d’ordine, anche se di sinistra. Ma tra gli anni 50 e gli anni 90 c’è di mezzo la grande opera di costruzione di un’egemonia gramsciana nella società, il fatto che in tutti i poteri che sono l’innervazione di una società moderna la cultura di sinistra diventasse egemone.

A proposito di Tangentopoli e di Mani pulite si può parlare, secondo lei, di un «patto» tra magistratura ed ex Pci?

«Patto» è un termine improprio, fa pensare ad un accordo «notarile» che certamente non ci fu. Ci fu invece una classica convergenza di fini, quella per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Nel 1987 c’era stato il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, una batosta, perché passò a furor di popolo e c’era il timore che la magistratura finisse sotto il tallone della politica. Questo accrebbe senz’altro l’antagonismo della magistratura. Essendo un potere «altro» dalla politica, per definizione individuava nei partiti di governo – non certo nel Pci, che era all’opposizione – il suo antemurale.

E poi intervenne lo scollamento tra cittadini e partiti che prima ha descritto.

Anch’esso non è estraneo alla logica dello scontro tra poteri. Gli italiani andarono di corsa a votare i referendum sulla preferenza unica, nel 1991, e sul maggioritario, nel 1993, non perché volessero quel sistema, ma per andare contro i partiti che quel sistema non volevano, scusi il gioco di parole. Si intravide in quelle iniziative un gioco non per riformare la politica, ma per scomporre i giochi dell’altro.

Sui giornali nei giorni scorsi la parola è tornata ai protagonisti. Uno per tutti, Gerardo D’Ambrosio: «abbiamo perso l’occasione di sconfiggere la corruzione». Lei come interpreta queste dichiarazioni?



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COMMENTI
20/02/2012 - passaggi futuri (francesco taddei)

Le mancanze della politica ("non ci faremo processare") unite alla cattiva gestione dei soldi ai partiti generano quel clima che permette (ancora oggi) ai magistrati di interferire nella politica. Occorre più autorevolezza, figlia della trasparenza, della buona gestione e della rinuncia a privilegi davvero insopportabili (i parlamentari viaggiano gratis e hanno stipendi e pensioni troppo alte). Se poi anche gli USA mettono mano, chiediamoci se vogliamo essere liberi e alleati o sudditi silenziosi.