BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

MANI PULITE/ Lo storico: c'è un capitolo di quella storia che riguarda gli Usa...

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Antonio Di Pietro (InfoPhoto)  Antonio Di Pietro (InfoPhoto)

«Mani pulite? Lo scopo non era quello di perseguire singoli reati, ma di ripulire la società, secondo una concezione giacobina della politica». Roberto Chiarini, docente di Storia contemporanea nell’Università statale di Milano, torna sul tema di Mani pulite, l’inchiesta che ha spazzato via i vecchi partiti e cambiato la storia d’Italia. Appunto, i partiti. Forse, secondo Chiarini, si è parlato troppo del ruolo dei giudici senza riflettere adeguatamente sul rapporto tra cittadini e partiti politici. 

Professor Chiarini, per una volta non cominciamo dai giudici ma dai partiti.

Tangentopoli fu il detonatore, ma il malcontento degli italiani verso i partiti, lo Stato, la classe politica in generale era in crescendo da vent’anni. Lo attestano tutte le indagini fatte in proposito. Si Mani pulite non deflagrò a ciel sereno, c’era già il classico rumore di sottofondo che prepara lo sconquasso generale. La stessa Lega si può considerare come un segno del disfacimento.

I partiti arrivano a Tangentopoli in grave crisi, dunque. Eppure, si pone sempre mente all’operato dei giudici, mai a quello dei partiti.

In nessun’altra democrazia, come in quella italiana fino agli anni 70, i partiti hanno avuto un delega illimitata. La lealtà dei cittadini nei confronti dei partiti era talmente forte che i partiti si potevano permettere tutto e nessuno diceva nulla. La controprova è che anche negli anni 50 ci furono scandali, ma questi vennero sempre riassorbiti per due fattori. Il primo era l’identificazione del cittadino nel partito di riferimento: una «chiesa» nella quale l’italiano si riconosceva, e alla quale nulla chiedeva se non di essere confermato nella sua «fede». Il secondo fu il miracolo economico.

Di cui i partiti furono gli artefici.

Sì. Fu una rivoluzione materiale e morale straordinaria. Tanto che il macontento nei confronti della politica nacque in contemporanea con il rallentamento della crescita e con il diffondersi di una condizione di sofferenza sociale che lo Stato, diversamente da quanto era riuscito a fare fino agli anni 70, non riuscì più a governare. Qualcuno dice, non senza qualche ragione, che Tangentopoli è figlia di Maastricht.

Cioè la fine della piena discrezionalità nella spesa pubblica?

A Maaastricht, dal punto di vista che ora ci interessa, Andreotti e De Michelis assoggettarono il Paese ad un vincolo monetario che di fatto impediva di raccogliere consenso così come la nostra classe politica aveva fatto fino ad allora, attraverso elargizioni e trasferimenti al sud alle varie categorie. Da quel momento in poi la politica e «quelli che stanno al governo» vengono percepiti come un ostacolo. Non a caso la ribellione, clamorosa, avviene attraverso la Lega, cioè nelle aree ex democristiane dove la società bianca aveva nella Dc l’interfaccia e il canale con Roma. A quel punto nel nord ci si chiede: cosa ce ne facciamo della Dc? Governiamo noi. Meglio: governiamoci.

E arriviamo così al «clima» propizio per Tangentopoli.



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
20/02/2012 - passaggi futuri (francesco taddei)

Le mancanze della politica ("non ci faremo processare") unite alla cattiva gestione dei soldi ai partiti generano quel clima che permette (ancora oggi) ai magistrati di interferire nella politica. Occorre più autorevolezza, figlia della trasparenza, della buona gestione e della rinuncia a privilegi davvero insopportabili (i parlamentari viaggiano gratis e hanno stipendi e pensioni troppo alte). Se poi anche gli USA mettono mano, chiediamoci se vogliamo essere liberi e alleati o sudditi silenziosi.