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LETTURE/ Pasolini, Schettino e noi: quale rimedio al nostro moralismo?

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Adriano Celentano (InfoPhoto)  Adriano Celentano (InfoPhoto)

È che «il coraggio, uno non se lo può dare». Si difende così don Abbondio, «agnello tra i lupi», e il cardinal Borromeo sembra d’accordo, aggiungendo tuttavia che è anche vero che il coraggio che non abbiamo possiamo chiederlo. Non sapete che «c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio?». Non è un caso se Lucia, il personaggio più coraggioso del romanzo, è anche quello più aiutato a viverlo (da Renzo a fra Cristoforo, dall’innominato alla compagna in lazzaretto).

Troppo cristiano? Nell’Iliade gli eroi – mica i deboli – pregano continuamente. Quando Patroclo va a combattere, Achille chiede a Zeus di «rafforzargli il cuore nel petto», perché consapevole che «la mente di Zeus è sempre più forte degli uomini: mette in fuga anche un valoroso e gli toglie facilmente la vittoria; altre volte lo spinge egli stesso a combattere». Perfino Ettore, dopo dieci anni e ventidue canti pieni di eroismo, appena vide Achille «fu preso dal tremito e non poté più resistere: si lasciò indietro le porte e si mise in fuga», girando per tre volte intorno alla città di Troia come un cerbiatto «atterrito» da un leone.

Nell’uomo convivono la tensione alla gloria e – in agguato – la debolezza; dentro ciascuno c’è Ettore e c’è don Abbondio. Non accorgersene vuol dire guardarlo non come un mistero, con la pietas che merita, ma come un meccanismo.

È un habitus che assorbiamo a poco a poco. A volte penso che insegnare le funzioni di Propp possa abituare a non sentire più il bisogno di penetrare nell’esperienza di un racconto, come se bastasse individuare, in ogni narrazione, l’eroe, l’antagonista e gli altri ruoli; analogamente per i fatti di cronaca – si tratti di Sarah Scazzi o dell’isola del Giglio – ci servono un eroe, una vittima, un colpevole e una malafemmina, nonché un pizzico di sospetto su tutto. Forse disturbano troppo quelle domande sterminate sulla vita e sulla morte apertesi improvvisamente come lo scafo della Concordia nell’impatto con gli scogli della realtà, ci sentiamo naufragare in quell’angoscia senza parole, intravedendo un mistero troppo profondo per essere sondato: e allora saltiamo nella scialuppa degli schemi semplificatori, accontentandoci che chi ha sbagliato paghi e che il relitto venga rimesso a posto, perché la nostra personale crociera, fatta anche di celentaneschi richiami morali, must go on.

Nel ’47 Pasolini fotografava lucidamente uno dei grandi equivoci dell’insegnamento dell’italiano: «la preoccupazione moraleggiante, la costante didascalica... Ahimé, quale grigiore! Non si pensa dunque che l’assassino leggendo la storia di un assassino terrà sempre per la vittima?». 



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COMMENTI
21/02/2012 - GRANDE LETTERATURA (luigi ricciardi)

Senza accettare il proprio limite è più probabile sbagliare. La grande letteratura può aiutarci. Grazie, Valerio!

 
21/02/2012 - conclusione (alessandra de pra)

Bene, caro Professore, perciò che diciamo al Suo alunno che qualche minuto prima si era giustificato per non aver fatto i compiti? Considerando che Ettore ha fatto 3 volte il giro di Troia, che don Abbondio si è arreso davanti ai bravi e che il comandante Schettino ha sulla coscienza qualche sventurato turista che si sarebbe potuto salvare, non saremo certo così beceri con te da importi il nostro insano moralismo...va in pace, giovanotto. E procurati qualche aneddoto anche sui tuoi genitori, se mai volessero riprenderti per qualche marachella (chiedi ai nonni, magari).

RISPOSTA:

Al mio alunno dico che se non ha fatto davvero tutto il possibile non lo giustifico. E così i giudici lo diranno anche a Schettino, se sarà accertato che non ha fatto tutto il possibile, come lo disse il cardinale a don Abbondio. Non si tratta - l'ho scritto - di prendere la "debolezza come misura del dovere": è solo che moralismo e buonismo dimenticano entrambe che abbiamo di fronte un uomo, a cui non basta sentirsi dire quello che deve fare e quello che non deve fare, come se l'ideale dovesse incarnarsi automaticamente e soltanto perché ne parliamo correttamente. Se chiamiamo le cose con il loro nome - colpa, errore, peccato, debolezza - senza cedere di un passo, ma oltre alla regola giusta guardiamo anche gli occhi di quell'alunno, non ci prenderà forse una tenerezza per tutta la strada che dobbiamo fare con lui affinché si accorga del bene e del male, affinché riconosca la ragione per cui vale la pena fare i compiti o salvare una vita? Senza questa commozione sapremo - e saprà - soltanto misurarsi, come se la vita fosse una prestazione a volte eccitante altre volte frustrante, davanti a un pubblico pronto al televoto. Infatti Dante non fece la sanatoria, ma raccontò l'inferno: davanti a quei peccatori, però, sperimentò quella pietà che adesso, anche grazie a lui, iniziamo a sentire per ciascuno di noi. VC