BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Pasolini, Schettino e noi: quale rimedio al nostro moralismo?

Pubblicazione:

Adriano Celentano (InfoPhoto)  Adriano Celentano (InfoPhoto)

A cosa serve la poesia, se poi la realtà ci sbatte contro con violenza? Non ci interessa appena se uno studente possa farsene qualcosa domani nel mondo del lavoro, ma se ci aiuta a guardare diversamente le cose che succedono: per esempio la tragedia della Costa Concordia.

A me sembra, come a Calvino, che essa sia un’occasione insostituibile, per la «sopravvivenza di quel che si chiama umano in un mondo dove tutto si presenta inumano»: e non è forse inumana la dilagante indignazione a buon mercato, fondata sul presupposto manicheo secondo cui i mostri sono sempre altri e mai noi? In queste settimane, per esempio, ci si è svelato uno stuolo di insospettabili esperti di navigazione, sedicenti capitani coraggiosi e senza peccato pronti a scagliare la (prima?) pietra contro il comandante Schettino. Un mio alunno quattordicenne, che voleva murarlo vivo “perché non ha compiuto il proprio dovere”, dimenticava però che qualche minuto prima si era giustificato perché non aveva fatto i compiti.

Di questa mancanza di realismo, di questa rimozione della nostra fragilità, quanto è responsabile un certo modo di leggere a scuola? Prendiamo don Abbondio: insegnanti e studenti pronti da un paio di secoli a dargli del vile, comodamente seduti dietro cattedre e banchi, con lo stesso atteggiamento di chi guarda in poltrona gli errori arbitrali alla moviola: ma quanti, se terrorizzati da due tipi loschi, sarebbero così coraggiosi da opporsi? In balia di quante connivenze ci adeguiamo perfino in circostanze più soft?

Come ha osservato Pirandello, «noi dovremmo tutti provar disprezzo e indignazione per don Abbondio», «eppure siamo indotti al compatimento, finanche alla simpatia». Come mai? Perché Manzoni «ascolta entro di sé anche la voce delle debolezze umane», alla luce dell’«esperienza della vita» anziché di princìpi astratti («forse lo stesso don Abbondio, in astratto, parlando, predicando della missione del sacerdote, avrebbe detto su per giù le stesse cose» del cardinal Borromeo). «Ora, io non nego, don Abbondio è un coniglio»: ma «noi non possiamo, se non astrattamente, sdegnarci di lui», e infatti «il poeta non si sdegna», perché sa che l’«ideale non si incarna se non per rarissima eccezione». Non è che lo giustifichi, quasi prendesse la «debolezza per misura del dovere», e anzi «ne fa strazio» senza risparmiarci un briciolo di quella colpevole «paura»: «quella pietà, in fondo, è spietata», ma «il poeta, in somma, ci induce ad aver compatimento del povero curato, facendoci riconoscere che è per umano, di tutti noi, quel che costui sente e prova, a passarci bene la mano su la coscienza». 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
21/02/2012 - GRANDE LETTERATURA (luigi ricciardi)

Senza accettare il proprio limite è più probabile sbagliare. La grande letteratura può aiutarci. Grazie, Valerio!

 
21/02/2012 - conclusione (alessandra de pra)

Bene, caro Professore, perciò che diciamo al Suo alunno che qualche minuto prima si era giustificato per non aver fatto i compiti? Considerando che Ettore ha fatto 3 volte il giro di Troia, che don Abbondio si è arreso davanti ai bravi e che il comandante Schettino ha sulla coscienza qualche sventurato turista che si sarebbe potuto salvare, non saremo certo così beceri con te da importi il nostro insano moralismo...va in pace, giovanotto. E procurati qualche aneddoto anche sui tuoi genitori, se mai volessero riprenderti per qualche marachella (chiedi ai nonni, magari).

RISPOSTA:

Al mio alunno dico che se non ha fatto davvero tutto il possibile non lo giustifico. E così i giudici lo diranno anche a Schettino, se sarà accertato che non ha fatto tutto il possibile, come lo disse il cardinale a don Abbondio. Non si tratta - l'ho scritto - di prendere la "debolezza come misura del dovere": è solo che moralismo e buonismo dimenticano entrambe che abbiamo di fronte un uomo, a cui non basta sentirsi dire quello che deve fare e quello che non deve fare, come se l'ideale dovesse incarnarsi automaticamente e soltanto perché ne parliamo correttamente. Se chiamiamo le cose con il loro nome - colpa, errore, peccato, debolezza - senza cedere di un passo, ma oltre alla regola giusta guardiamo anche gli occhi di quell'alunno, non ci prenderà forse una tenerezza per tutta la strada che dobbiamo fare con lui affinché si accorga del bene e del male, affinché riconosca la ragione per cui vale la pena fare i compiti o salvare una vita? Senza questa commozione sapremo - e saprà - soltanto misurarsi, come se la vita fosse una prestazione a volte eccitante altre volte frustrante, davanti a un pubblico pronto al televoto. Infatti Dante non fece la sanatoria, ma raccontò l'inferno: davanti a quei peccatori, però, sperimentò quella pietà che adesso, anche grazie a lui, iniziamo a sentire per ciascuno di noi. VC