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LETTURE/ Pasolini, Schettino e noi: quale rimedio al nostro moralismo?

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Adriano Celentano (InfoPhoto)  Adriano Celentano (InfoPhoto)

Quanti brani – magari letterariamente inconsistenti – vengono fatti leggere, quanti incontri con gli autori vengono organizzati, col solo scopo di cavarne un messaggio edificante: contro la guerra, contro la camorra, contro il razzismo, per la legalità, per sentirsi cittadini attivi ed europei.

«I ragazzi, udita la favola, hanno esaurito il loro interesse: indi si inchinano, o innocenti!, davanti alla morale; è un modo come un altro per ignorarla. Ma la morale: ossia il conclusivo e l’utile, non si trova in altro luogo che nel linguaggio stesso della favola, è tutt’uno con la curiosità suscitata. Nel caso che una “morale” indelicatamente applicata fosse: la favola insegna che non bisogna uccidere, sarebbe in effetti inutile: sì che, nonché essere sottintesa nel nesso, andrebbe piuttosto sottintesa nella compassione sollevata, per esempio, non verso la vittima, ma verso l’assassino».

C’è qualcuno che prova compassione verso l’assassino, verso chi abbandona la nave, verso noi, complici del male per debolezza? Come quella che Dante ebbe per il suo nemico Buonconte di Montefeltro, che l’ultimo istante prima di morire fu salvato eternamente soltanto «per una lagrimetta».

 



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COMMENTI
21/02/2012 - GRANDE LETTERATURA (luigi ricciardi)

Senza accettare il proprio limite è più probabile sbagliare. La grande letteratura può aiutarci. Grazie, Valerio!

 
21/02/2012 - conclusione (alessandra de pra)

Bene, caro Professore, perciò che diciamo al Suo alunno che qualche minuto prima si era giustificato per non aver fatto i compiti? Considerando che Ettore ha fatto 3 volte il giro di Troia, che don Abbondio si è arreso davanti ai bravi e che il comandante Schettino ha sulla coscienza qualche sventurato turista che si sarebbe potuto salvare, non saremo certo così beceri con te da importi il nostro insano moralismo...va in pace, giovanotto. E procurati qualche aneddoto anche sui tuoi genitori, se mai volessero riprenderti per qualche marachella (chiedi ai nonni, magari).

RISPOSTA:

Al mio alunno dico che se non ha fatto davvero tutto il possibile non lo giustifico. E così i giudici lo diranno anche a Schettino, se sarà accertato che non ha fatto tutto il possibile, come lo disse il cardinale a don Abbondio. Non si tratta - l'ho scritto - di prendere la "debolezza come misura del dovere": è solo che moralismo e buonismo dimenticano entrambe che abbiamo di fronte un uomo, a cui non basta sentirsi dire quello che deve fare e quello che non deve fare, come se l'ideale dovesse incarnarsi automaticamente e soltanto perché ne parliamo correttamente. Se chiamiamo le cose con il loro nome - colpa, errore, peccato, debolezza - senza cedere di un passo, ma oltre alla regola giusta guardiamo anche gli occhi di quell'alunno, non ci prenderà forse una tenerezza per tutta la strada che dobbiamo fare con lui affinché si accorga del bene e del male, affinché riconosca la ragione per cui vale la pena fare i compiti o salvare una vita? Senza questa commozione sapremo - e saprà - soltanto misurarsi, come se la vita fosse una prestazione a volte eccitante altre volte frustrante, davanti a un pubblico pronto al televoto. Infatti Dante non fece la sanatoria, ma raccontò l'inferno: davanti a quei peccatori, però, sperimentò quella pietà che adesso, anche grazie a lui, iniziamo a sentire per ciascuno di noi. VC