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IDEE/ Hannah Arendt e Vasilij Grossman, l'impazzimento della libertà

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Hannah Arendt (immagine d'archivio)  Hannah Arendt (immagine d'archivio)

Come si esce da questa impossibilità di essere liberi? A questa situazione sempre perdente Grossman contrappone gesti irrazionalmente buoni, che si oppongano a ogni forma di conformismo, di teoria filosofica o religiosa e di richiesta di ritorno individuale. Come sanno gli specialisti, tale visione teorica è poi molto più ampia e persino contraddetta nella sua poetica, ma questa è la posizione apertamente sostenuta nel manoscritto del pazzo di Dio Ikonnikov, e spesso riportata da studiosi di tutto il mondo.

Arendt, com’è noto, postula uno spazio politico che non sia sociale, cioè che non abbia a che fare con l’interesse degli individui ma che derivi direttamente dalla libertà dell’individuo. L’idea che la politica sia basata sulla società e quest’ultima sulla famiglia, secondo Arendt, è stato il grande errore con il quale la cristianità ha rovinato il concetto di politica dei Greci. Quest’ultima era la sfera affrancata dalle necessità della vita dove l’uomo esprimeva la sua eccellenza, mentre il cristianesimo l’ha trasformata in un ampliamento della sfera privata, pieno di interessi soggettivi, che la politica dovrebbe in qualche modo difendere.

Le due soluzioni fanno pensare, tanto più visto che provengono da autori estremamente interessanti che, come pochi altri, sanno far sentire e capire la forza della libertà umana.

La risposta di Grossman esula per definizione dal politico e, com’è nella natura dell’autore, vuole far sentire la potenza della capacità umana della libertà senza dettagliarne gli esiti. La risposta di Arendt, invece, promuove un tipo di politica come autonomia dalla società, un tipo di politica che si rifà all’antichità o agli insegnamenti di Machiavelli o a una forma di liberalismo repubblicano. Una è arazionale e l’altra utopica.

Essi mettono così in luce la problematica sottesa a ogni pensiero fondato sulla libertà. Se la libertà è presa in senso assoluto, come indipendenza da ogni condizionamento, la concezione diventa o arazionale o utopica. Per non esserlo, dovrebbe accettare di passare per la considerazione dell’uomo così com’è, che sente la libertà come soddisfazione di un desiderio, e dunque sente come positivo l’interesse proprio e quello comune. Contrariamente alle sue convinzioni teorizzate, Grossman farà proprio questo nel suo romanzo e per questo Vita e destino diventa un affresco completo della libertà umana. Arendt, invece, tenderà sempre a sottovalutare questo realismo di base che si esprime politicamente in tutta quella serie di corpi intermedi, legami sociali, interessi comuni, che da sempre sono il grande antidoto pratico a ogni ideologia. 



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