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IDEE/ Hannah Arendt e Vasilij Grossman, l'impazzimento della libertà

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Hannah Arendt (immagine d'archivio)  Hannah Arendt (immagine d'archivio)

Hannah Arendt e Vasilij Grossman sono tra i più acuti rivelatori della natura dei totalitarismi novecenteschi e lo sono in nome di una difesa radicale della libertà. Non sono propriamente dei pensatori “liberali” anche se condividono con essi la valorizzazione assoluta della libertà: per entrambi la libertà è la radice dell’esistenza e con essa nasce e perisce.

Nel loro pensiero emerge quindi una descrizione potente della libertà ma, insieme a essa, anche tutta la problematicità dell’applicazione politica della libertà stessa. In particolare, vorrei far notare come essi individuino un paradosso che si trova al cuore del pensiero liberale e, d’altro canto, come le loro soluzioni siano a loro volta problematiche e paradossali.

Sia Grossman che Arendt propongono una descrizione perfetta del totalitarismo, nemico di ogni libertà (Vita e destino e Le origini del totalitarismo): finzione al posto della realtà, propaganda e violenza (morale e fisica), organizzazione burocratica, delazione sistematica, dipendenza dal volere del capo, caratterizzazione del nemico oggettivo (che non può scegliere di esserlo: giudeo o kulak). Arendt, inoltre, spiega in molti punti della sua opera come il totalitarismo attecchisca più facilmente laddove gli individui sono soli, come nella società senza classi della Repubblica di Weimar. Entrambi, infine, descrivono i tre passi all’inferno preparati per i nemici: perdita di personalità giudiziaria, di personalità morale, di identità singolare.

Proprio nella descrizione del totalitarismo essi fanno emergere il drammatico paradosso dell’uso della libertà. Infatti, sia Grossman che Arendt fanno capire che sia la libertà positiva (libertà per) sia quella negativa (libertà da) rischiano di avere lo stesso esito.

L’uomo solo, libero da legami, non è in grado di resistere al potere, ma d’altro canto l’uomo totalmente immerso nella sua società è altrettanto facilmente preda del potere. L’uomo isolato cerca nel potere totalitario e nel capo la propria soddisfazione affettiva, l’uomo pieno di legami si fa plasmare dal conformismo richiesto dai legami stessi.

Grossman esprime la situazione con un paradosso detto da un ex agente della polizia segreta, Katzelenbogen, che, una volta imprigionato dai suoi ex-colleghi, immagina un mondo trasformato in un unico grande campo di concentramento su base volontaria. Il paradosso di Katzelenbogen è il seguente: ciascuno alla fine consisterà del diritto di essere colpevole. Il principio dell’assoluta “libertà” dell’individuo è lo stesso che lo condanna, anzi che gli fa chiedere liberamente di essere condannato al gulag. L’individualità assoluta alla fine anela alla conformazione assoluta della società totalitaria.



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