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ANDY WARHOL/ Dentro quell’americano "folle" c’era un uomo religioso

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Davanti ad un "Self Portrait" di Andy Warhol (InfoPhoto)  Davanti ad un "Self Portrait" di Andy Warhol (InfoPhoto)

In modo assolutamente fondamentale. La madre, religiosissima, era originaria di un paesino tra la Slovacchia e l’Ucraina, dove nacque la corrente religiosa uniate, tentativo di ricongiungere la chiesa ortodossa con quella cattolica, da cui il nome. Nelle opere di Warhol – ecco il prototipo e la sua ripetizione – troviamo la suggestione delle icone ortodosse che Warhol, da bambino, insieme alla madre, quasi quotidianamente osservava nella chiesa uniate di Pittsburgh. Questa lettura si legittima anche per le opere successive; anzi credo che quasi tutta l’opera di Warhol abbia sotteso un «secondo» significato, intimo e nascosto, di tipo religioso. Lo si può documentare anche per le scelte apparentemente più «lontane», come le lattine Campbell’s. Oggetto di consumo, caratteristiche cromatiche? Anche. Ma Warhol e la madre, la domenica, partecipavano solitamente ad un lunch che si teneva nella sacrestia, insieme ad altri fedeli, e il piccolo Andy serviva a tavola. E la zuppa di pomodoro era molto frequente.

Secondo lei Warhol ha voluto dissacrare l’arte rendendola prodotto consumistico, o ha piuttosto inteso democratizzarla per renderla accessibile a tutti?

No, direi che non si è mai proposto questo scopo. Chi ha voluto fare quello che lei dice, raggiungendo l’obiettivo, è stato Keith Haring: l’arte doveva essere per tutti e capace di «invadere» qualsiasi oggetto. Warhol rimase invece intimamente aristocratico. Le sue profonde contraddizioni esistenziali facevano il resto: basti pensare che sosteneva molte organizzazioni caritatevoli, ma non volle mai che si sapesse.

Che cosa vuol dire creare una mostra su Andy Warhol?

Warhol lo si cita quasi sempre a sproposito, come simbolo dell’artista di cui è più facile produrre a piacere mostre scadenti. Ora, è vero che siamo pieni di mostre in cui si usa il grande nome senza alcun progetto a monte, raffazzonando il solito materiale per fare pubblico; solo dispiace che si associ a queste operazioni, puntualmente, il nome di Andy Warhol. Penso che qualche esempio del contrario lo si sia potuto vedere. E poi, mi lasci dire che di Warhol si potrebbe fare una mostra tematica ala mese. Il materiale esiste ed è in quantità enorme...

Dice davvero?

Ho frequentato gli archivi dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh e posso dire che forse solo un quinto del materiale in deposito è stato catalogato. È uno sconfinato deposito di memorie, oggetti, dipinti che offrono sorprese continue. Warhol era un collezionista compulsivo, non solo conservava e inscatolava una infinità di oggetti, ma filmava di continuo e registrava tutte le telefonate. Ci sono milioni di ore di girato non catalogate, milioni di ore di telefonate che tra l’altro mi è stato impedito di ascoltare perché contengono cose molto personali su personaggi ancora oggi importanti.

Ci dica l’idea per una mostra a tema su Warhol.

Una mostra a tema? Il concetto di celebrità, per esempio. Già negli anni 70 Warhol aveva intuito l’estetizzazione della società, che si è trasferita in Europa negli anni 90 e di cui oggi vediamo la deriva, dalle chirurgie plastiche ai reality.



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