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LEOPARDI/ La grande "lezione" della Luna al nostro desiderio di vivere

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Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all’occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete: che dall’altra parte
tosto vedrete il cielo
imbiancar nuovamente, e sorger l’alba:
alla qual poscia seguitando il sole,
e folgorando intorno
con sue fiamme possenti,
di lucidi torrenti
inonderà per voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
che l’altre etadi oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.

Anche Catullo, poeta giovane e irrequieto, aveva espresso in un carme, prima di abbandonarsi all’ebbrezza dell’amore, la consapevolezza della sorte opposta toccata alla natura e all’uomo: Il sole può calare e ritornare, per noi quando la breve luce cade resta il sonno di una eterna notte.

Più attuale di quanto non sembri questa percezione della morte nella frenesia dei nostri anni.

Leopardi arricchisce il realismo antico, che conosceva e apprezzava da grande filologo qual era, di una impareggiabile leggerezza, che rende ancora più desolato il suo desiderio di vivere, più desolata l’accettazione della sua prossima morte. 

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