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POLEMICHE/ Gli intellettuali orfani di Berlusconi ora se la prendono con Pericle

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Umberto Eco (Imagoeconomica)  Umberto Eco (Imagoeconomica)

Ci permettiamo due considerazioni. Innanzitutto, il fatto che si possa fare intervenire un personaggio dell’antichità nelle dispute contemporanee mostra la vitalità e il fascino che la cultura antica tuttora possiede. Tuttavia, se da una parte riflettere su figure e idee di epoche passate è sempre un esercizio utile, perché, come insegnavano gli antichi, la storia è maestra di vita ed è “un bene per sempre” (secondo l’espressione di Tucidide), utilizzare strumentalmente le vicende della storia nel contesto, spesso polemico e fazioso, dell’attualità politica rischia di essere fuorviante. La lettura che Canfora propone del mondo classico è, come detto, seria e supportata da documentazione e competenza, ma il punto di partenza al quale lo storico fa perennemente riferimento si basa su categorie ideologiche che sono estranee al mondo antico, e questo finisce per offrire un criterio di lettura unilaterale.

Per tornare al discorso di Pericle, è indubbio che esso contenga aspetti propagandistici, ben comprensibili nel contesto bellico: era necessario fornire agli Ateniesi motivazioni per continuare la guerra ed enfatizzare la superiorità ateniese su Sparta. Ma è altrettanto indubbio che esso coglie aspetti e princìpi della “costituzione” ateniese che sarebbe ingeneroso minimizzare o negare. Del resto su quali basi si deve giudicare uno Stato, antico o moderno: sulla base dei valori ai quali si ispira, o sulla base della concreta realizzazione? L’Atene di Pericle è una società democratica non perfetta, come nessuno Stato fu mai perfetto nella storia dell’umanità. Certo, la sua politica estera poté avere delle venature imperialiste (anche se Atene non mirava tanto a occupare territori, quanto a riscuotere tasse da alleati che rimanevano pur sempre indipendenti), certo potevano esservi persone senza diritto di voto o schiavi. Ma potremmo giudicare uno Stato antico alla luce di questo criterio, ricordando che la schiavitù nel mondo occidentale (anche in nazioni permeate da principi cristiani) è terminata nel secolo XIX e che il voto femminile anche in Italia è conquista di pochi decenni fa? 

Come scrive Greco nel blog citato, l’Atene antica «è una società aperta, meritocratica (per esplicita affermazione dello storico antico e non per interpretatio modernizzante), con una grande mobilità sociale verticale»: è una città dove gli stranieri hanno meno diritti dei cittadini a pieno titolo, ma possono diventare ricchissimi e potenti e avere prestigio e influenza negli ambienti che contano, e dove un povero disabile può sostenere in tribunale il suo diritto a un sussidio statale. La libertà di parola era tale che lo stesso Pericle e i suoi amici non sfuggirono a tribunali e inchieste: si malignò persino che la sua compagna, Aspasia, un’etera (l’equivalente antico della moderna escort di classe), arruolasse ragazze ateniesi per soddisfare le perversioni di Pericle.

Dice Eco: “Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremmo che si trattava di un populismo Mediaset”, che sa ottenere il consenso popolare con “accorte tecniche di persuasione”. Il chiodo fisso dell’antiberlusconismo può accecare, fino a fare perdere il senso della realtà. Pericle favorì la possibilità per i non abbienti di andare a teatro, accollando allo Stato le spese relative: ma il teatro per gli Ateniesi non era svago e disimpegno, bensì momento portante della loro formazione civile e culturale. 



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