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POLEMICHE/ Gli intellettuali orfani di Berlusconi ora se la prendono con Pericle

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Umberto Eco (Imagoeconomica)  Umberto Eco (Imagoeconomica)

Può anche capitare di vedere assoldato, nell’agone spesso animoso del dibattito politico, il vecchio Pericle, la cui data di morte si colloca a quasi duemilacinquecento anni fa. La sua figura è stata più volte evocata nelle ultime settimane, in pubbliche performance di suoi discorsi, in articoli di riviste e giornali, in pagine di blog. In qualche caso lo si è voluto assumere come sostenitore autorevole di posizioni che si vorrebbero difendere, in altri casi lo si è preso come bersaglio di una polemica superficiale e gretta. Prima di procedere sarà utile una breve premessa.

Nel 431 a.C. scoppia la guerra del Peloponneso, che vede di fronte le due città leader della Grecia, Atene e Sparta, diversissime, anzi antitetiche fra loro sia per organizzazione sociale, sia per cultura e tradizione. La guerra si protrae per ventisette anni e ha un esito disastroso per Atene. Al termine del primo anno Pericle, come primo stratego di Atene (la massima carica della città), pronuncia, secondo l’uso tradizionale, il discorso funebre sulle salme dei caduti: questo discorso, che ci è stato tramandato dallo storico Tucidide (presente di persona all’avvenimento), finisce per essere un manifesto della cultura, della società e della tradizione ateniese. Pericle esalta il modo di vivere di Atene, la sua organizzazione di città che offre la massima libertà e favorisce la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, ospitale con gli stranieri e attenta ai valori della cultura. 

Siamo in guerra, e in una situazione difficile: Atene ha deciso di accogliere all’interno delle sue mura una massa di cittadini residenti nel contado, per evitare di esporre persone e beni alle scorrerie distruttive del potente esercito di Sparta. Una popolazione enorme si è ammassata nel ristretto spazio della città, portando con sé pochi beni e tanta nostalgia di casa, con un degrado facilmente immaginabile delle condizioni alimentari e igieniche: presto sarebbe scoppiata una grave pestilenza, di cui sarebbe stato vittima lo stesso Pericle.

Su questo discorso si è appuntata la recente polemica, rimbalzata sui giornali anche per il contemporaneo comparire di un libro e di un saggio sull’argomento: il libro è di Luciano Canfora, Il mondo di Atene (Laterza, 2011), il saggio è quello del maître à penser, per la verità ormai un po’ appassito, Umberto Eco, pubblicato sull’Almanacco del Bibliofilo e ripreso su Repubblica e sul Fatto quotidiano. Entrambi muovono da un atteggiamento di fondo comune: l’opportunità di considerare la figura di Pericle, e più in generale la politica ateniese, in un contesto critico, spogliandola da certe incrostazioni retoriche che il neoclassicismo prima e l’uso strumentale della classicità poi possono avere depositato su persone ed eventi del mondo antico, dandoci un’immagine idilliaca e parziale di quell’epoca lontana. Una tesi dunque degna di riflessione, con la differenza che Canfora su questa tesi studia e lavora da decenni col piglio e la severità dello specialista, mentre Eco interviene con la classica sensibilità dell’elefante nel negozio di vetrerie, come hanno mostrato, da diverse prospettive, le repliche di uno specialista di storia antica, Emanuele Greco, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene (sul blog Filelleni), e di un politologo, Luciano Pellicani (sul blog della Fondazione Nenni).



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