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LETTURE/ Conrad ci spiega quella ferita che nessuno di noi può rimarginare

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Non è appena la cattiveria a essere irrimediabile, ma lo è soprattutto la molto più banale debolezza, da cui – come ha sintetizzato Vinicio Capossela aprendo l’omonima canzone ispirata al romanzo – «nessuno è mai protetto»: «Non c’è nulla di più orribile che osservare un uomo riconosciuto reo, non d’un delitto, ma d’un atto di debolezza peggio che delittuosa». Infatti «è da simili debolezze, sconosciute a noi stessi, ma di cui si ha tuttavia qualche sospetto – come in certe parti di mondo vien da sospettare che ogni cespuglio nasconda un rettile velenoso –, è da debolezze che giacciono nascoste in noi, sorvegliate o non sorvegliate, tenute lontane pregando Iddio, o disprezzate con animo virile, represse o fors’anche ignorate per più di metà della nostra vita, che nessuno può mai sentirsi al sicuro».

Troppo letterario, penserà qualcuno, come se la letteratura servisse soltanto a scambiare per giganti dei mulini a vento, mentre ci sarebbe bisogno di essere più concreti: «d’altra parte un’inchiesta ufficiale non poteva essere diversa. Suo scopo non era l’essenziale perché, ma il superficiale in che modo della faccenda». Lo squarcio che si è aperto nel cuore di Lord Jim, però, è definitivo come quello della nave: «Tutto sta nell’esser pronti. E io non lo ero... non lo ero ancora, in quel momento. Non cerco scusanti: ma vorrei spiegare... vorrei che qualcuno capisse... qualcuno... una persona almeno! Lei! Perché non lei?».

L’interlocutore pensa di riportarlo «alla realtà, dicendo: “Se lei fosse rimasto sulla nave, eh?”». Ma Lord Jim, fissandolo con «due occhi improvvisamente sbigottiti e pieni di dolore», contrattacca: «Ha mai visto, lei, un piroscafo con la prua in giù, che non va a picco perché una piastra di ferro vecchio regge ancora... regge, ma è troppo marcia perché si possa puntellarla? L’ha mai visto? [...] Avrebbe avuto il coraggio, lei, di dare il primo colpo di martello, dopo aver veduto quella paratia? Non mi dica di sì; lei non l’ha veduta; nessuno avrebbe avuto il coraggio. Al diavolo! [...] Lei mi giudica un cane rognoso perché sono rimasto lì senza far niente, ma cosa avrebbe fatto lei? Cosa? Non si sa... nessuno può saperlo».

Chi ha letto il romanzo sa che lui non smette di «aspettare un’altra occasione», ma davvero non cerca attenuanti, anzi non si perdonerà mai per quella debolezza, portandosela dietro fino all’ossessione in qualsiasi buco della terra. Non poteva cancellare le «questioni che esulavano dalla competenza di un tribunale: era una controversia grave e sottile sulla più vera essenza della vita, e non richiedeva un giudice».

La letteratura introduce nel modo di guardare le cose proprio questa lotta: fra sedersi sullo scranno del giudice e sprofondare nell’abisso ineffabile dell’umano. Solo in quell’abisso, tuttavia, accade il vero giudizio: quello di non potersi rispondere – né darsi coraggio né perdonarsi – da soli. 



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