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LETTURE/ Conrad ci spiega quella ferita che nessuno di noi può rimarginare

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Un romanzo di Conrad vecchio più di un secolo, Lord Jim, riletto alla luce del disastro (tornato purtroppo d’attualità) della Concordia, si rivela carico di un realismo difficilmente reperibile nei discorsi di queste settimane. Come sempre accade, un libro parla a chi lo investe di domande, delle domande che la realtà gli suscita: e allora si riscatta dal limbo delle biblioteche, e inizia a svelare risposte insospettabili perfino al suo autore.

Primo ufficiale a bordo della nave Patna, Lord Jim «era ben certo» che «sarebbe stato capace di affrontare pericoli ben più grandi. Sicuro: un giorno li avrebbe affrontati, e meglio di chiunque altro. Non aveva più neanche un briciolo di paura»: «quando tutti gli altri avessero indietreggiato, allora sì – ne era sicuro – lui solo avrebbe saputo affrontare la falsa minaccia del vento e del mare».

Una sera, però, «all’improvviso quel mare calmo, quel cielo senza nubi apparvero formidabilmente malsicuri nella loro immobilità, quasi fossero in bilico sull’orlo d’un vortice di distruzione». Cos’era successo? «Quasi meno d’un rumore, poco più d’una vibrazione»: la nave «passò sopra all’ostacolo, quale che fosse, con la stessa facilità d’un serpente che striscia sopra un bastone». Dopo quell’urto il capitano lo sa, e lo sa anche Lord Jim: «la nave stava affondando, affondando sotto i miei piedi», con centinaia di persone a bordo ignare della verità. E lui salta nella scialuppa, «come un ragazzetto nei guai», e da lì osserva «confusamente sopra di lui la nave che aveva abbandonata»: «Non c’era modo di tornare indietro. Era come se fossi saltato in un pozzo... in un buco senza fondo...». L’osservazione del suo interlocutore è più che legittima: «E così lei se l’è battuta... all’istante».

Al processo le domande «giungevano a lui strazianti e silenziose come i tremendi interrogativi della coscienza», con «la vergogna che bruciava, quegli sguardi intenti che trafiggevano» e che «pretendevan dei fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare qualcosa». All’incalzare del giudice sul comportamento tenuto dopo «l’impressione d’aver urtato», risponde che «ebbe ordine di non far chiasso per evitare che nascesse un panico», e che la precauzione gli «parve ragionevole», anche quando si rese conto che «doveva esservi una grossa falla sotto alla linea di emersione».

«I fatti che quegli uomini tenevan tanto a sapere, erano stati visibili, offerti ai sensi», eppure «oltre a ciò, anche qualcosa d’altro» lo turba: «qualcosa d’invisibile», che tuttavia «risiedeva dentro ai fatti stessi». Lord Jim si accorge che «ci troviamo quaggiù soltanto per la tolleranza di Qualcuno, e dobbiamo trovar la strada fra opposti segnali luminosi, badando che ogni minuto può esser prezioso, e irrimediabile ogni passo».



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