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LETTURE/ Conrad ci spiega quella ferita che nessuno di noi può rimarginare

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Per questo, ascoltando il racconto di Lord Jim, il suo amico finisce per riconoscere: «era come se mi si obbligasse a comprendere l’Inconcepibile – e non conosco disagio paragonabile a quello d’una sensazione simile», perché «si faceva appello in una volta sola a tutti i lati della mia coscienza».

Quando un simile disagio ci sfida non contano nemmeno le sottigliezze di uno schema che vuole precisare le differenze umane fra il protagonista del romanzo e Schettino (come se, peraltro, vedere qualche servizio televisivo significasse conoscerlo), anche perché Conrad su questo è stato chiaro: Lord Jim è «uno di noi», non «uno degli altri».

Tocca a noi, se accettiamo di non chiamare la realtà davanti al tribunale delle nostre misure ma di lasciarci sfidare e rimettere in discussione da lei. Nell’impatto con la tragica e colpevole debolezza degli altri si apre infatti una ferita abissale in noi, più grande dello squarcio dello scafo: si tratta di decidere se ancorarci alla «piccioletta barca» delle nostre opinioni, oppure se quell’«alto mare aperto» che ci si è svelato in un attimo ci troverà almeno tremanti e bisognosi.

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