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PORZUS/ Così quella strage ha mandato in "crisi" il Pci (e Togliatti)

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Trieste, Giornata nazionale del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, 2005 (InfoPhoto)  Trieste, Giornata nazionale del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, 2005 (InfoPhoto)

Su un piano generale, a mio modo di vedere non si risolse affatto. Il Pci di Togliatti fu sempre un soggetto scisso, impegnato nel tentativo di conciliare gli interessi nazionali con quelli del movimento comunista internazionale identificati nell’Unione Sovietica. Senza riuscirci: le posizioni prese dal partito non solo in merito alla questione del confine orientale, ma anche rispetto agli aiuti del Piano Marshall e all’avvio del processo di integrazione europea, lo attestano secondo me in maniera sufficiente. Per quanto riguarda il piano più specifico della frontiera orientale, la soluzione su cui Togliatti insistette maggiormente per Trieste fu l’internazionalizzazione; per l’Istria, invece, considerava scontato che appartenesse alla Jugoslavia dopo la guerra provocata e perduta dall’Italia.

In cosa la politica del Partito comunista italiano si differenziò da quella del suo vicino jugoslavo?

Semplicemente, Togliatti si sforzò di applicare nel modo più scrupoloso possibile la strategia che Stalin aveva elaborato per i primi anni del dopoguerra europeo: accantonare la prospettiva della rivoluzione, partecipare ad ampi governi di coalizione sulla base della pregiudiziale antifascista, accettare per il momento il contesto e il metodo democratico-parlamentare. L’Urss aveva bisogno di tempo e di pace per riprendersi dallo scontro immane con Hitler e quindi doveva mantenere buoni rapporti con le potenze democratiche alleate: di qui, fondamentalmente, la prudenza della nuova tattica, la quale in realtà non faceva che riproporre lo schema dei Fronti nazionali degli anni Trenta e che Togliatti al suo ritorno in Italia definì di “unità nazionale”. In Jugoslavia invece il conflitto aveva spalancato uno scenario di guerra civile che il Partito comunista guidato da Tito cercò di sfruttare per assumere direttamente il potere e dare inizio alla rivoluzione. La linea da seguire qui non era quella conciliante del Fronte nazionale ma quella dello scontro aperto contro il nemico di classe. E in questo modo Tito faceva imboccare alla Jugoslavia una strada diversa da quella tracciata da Stalin per i Partiti comunisti degli altri Paesi europei.

Quale fu in questo contesto la posizione personale di Togliatti?

Nei confronti della Jugoslavia Togliatti ebbe un atteggiamento ambivalente. Da un lato era un modello da ammirare, essendo alla fine della guerra l’unico Paese in cui dal mitico 1917 i comunisti erano riusciti a fare la rivoluzione e a farla durare; ma dall’altro era guidata da un Partito che, per le ragioni accennate sopra, si presentava come anomalo nel quadro della strategia staliniana, e per di più non disdegnava di esercitare pressioni sul Pci perché prendesse una linea più radicale, aperta all’ipotesi di un’insurrezione almeno nel nord Italia. Sotto questa luce il Pc jugoslavo fu per Togliatti, in alcuni momenti, un temibile competitore nella gara finalizzata a prevedere e anticipare i desiderata di Stalin, cui naturalmente spettavano le decisioni finali.

Nella storiografia è stato spesso presentato come l’artefice della completa democratizzazione del partito comunista italiano, è un’immagine che regge alla luce delle ricerche più recenti?



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