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PORZUS/ Così quella strage ha mandato in "crisi" il Pci (e Togliatti)

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Trieste, Giornata nazionale del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, 2005 (InfoPhoto)  Trieste, Giornata nazionale del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, 2005 (InfoPhoto)

Il 7 febbraio del 1945 un comando di Gap comunisti attaccava il quartier generale delle formazioni cattoliche e liberali Osoppo alla Malghe di Porzus. Il comandante della formazione e i suoi uomini furono brutalmente uccisi, per la sola ragione di non aver voluto cedere alla pesanti richieste di annessione jugoslave, che erano appoggiate dai comunisti italiani. In tutto si contarono 21 vittime: fu il grave scontro interno alla resistenza italiana. Nel 2010 questo evento (uno dei più controversi della nostra storia recente) è stato al centro di un convegno tenutosi a Udine dal titolo “Violenza e conflitti all’interno della Resistenza italiana. Il caso del confine orientale”. Alcune delle relazioni presentate a quel convegno, riviste e approfondite dagli autori, vengono pubblicate ora nel volume Porzus. Violenza e Resistenza sul confine orientale, a cura di Tommaso Piffer (Il Mulino, in libreria dal 9 febbraio). Il volume contiene saggi di Elena Aga-Rossi, Patrick Karlsen, Orietta Moscarca, Paolo Pezzino, Tommaso Piffer e Raoul Pupo, e sarà presentato oggi in anteprima a Udine (Sala del Consiglio Provinciale, Piazza Patriarcato 3, Udine, alle ore 17). Sul libro e su questo episodio drammatico della storia nazionale IlSussidiario.net ha sentito Patrick Karlsen, autore nel volume del contributo Il Pci di Togliatti tra via nazionale e modello jugoslavo (1941-1948)”.

L’eccidio di Porzus è da sempre uno degli eventi più discussi della resistenza italiana. Cos’ha reso così difficile elaborarne la memoria come avvenuto per altri episodi della storia nazionale?

Quell’episodio ha messo tragicamente in crisi l’unità del campo antifascista. La Resistenza di per sé ha faticato molto a imporsi come valore unificante nell’Italia del dopoguerra, mantenendo un carattere divisivo per una buona parte del Paese. La strage di Porzus è stata una frattura all’interno della stessa Resistenza. Ha mostrato che per una sua componente fondamentale, e cioè il Partito comunista, la motivazione nazionale della lotta di liberazione era un fattore negoziabile sull’altare dello scontro di classe. Il mito della Resistenza come secondo Risorgimento ne usciva fortemente intaccato: meglio quindi non rifletterci troppo sopra.

Porzus è spesso accostato a un altro episodio drammatico che si svolse nella stessa zona del Paese, quello delle foibe. A suo parere si tratta di episodi in qualche modo assimilabili?

Sì, nella misura in cui a essere colpiti dalla pulizia di classe comunista sono stati altri antifascisti. Nel fenomeno delle foibe vediamo almeno due logiche in azione. C’è un’epurazione preventiva nei confronti di coloro che, per ragioni ideologiche o nazionali, vengono considerati nemici della Jugoslavia comunista che si sta formando ed espandendo; e c’è un’epurazione punitiva, diretta a eliminare i fascisti insieme a chi è accusato di aver collaborato con loro o con i tedeschi. Nell’eccidio di Porzus all’opera c’è solo la prima spinta: a essere trucidati dai partigiani comunisti furono degli altri resistenti, alleati nella lotta di liberazione ma contrari all’annessione a quello Stato comunista che la Jugoslavia stava diventando.

Nel volume che si presenta oggi a Udine emerge il problema della posizione del Pci, diviso tra solidarietà internazionale e interesse nazionale. Lei è autore di un importante lavoro sulla politica del Pci sul confine orientale (Frontiera rossa. Il Pci, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955, Editrice Goriziana, 2010). Come si risolse questa contraddizione?



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