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IDEE/ Aborto ed eutanasia, la "sana" lezione di Engelhardt ai cattolici

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Engelhardt ha il merito non da poco di dissipare questa frequente illusione. L’articolo è molto chiaro e utile in questo senso; e sottolinea in maniera efficace che alcuni principi legati all’immagine che abbiamo dell’uomo e delle sue pratiche possono trovare il loro fondamento decisivo solo nel riferimento al trascendente. Ma appena si conoscono le conseguenze che l’autore americano ricava da questa visione nella sua opera complessiva, sembra che il rimedio engelhardtiano sia peggiore del male rortyano. Il fatto è che la perdita dell’“ancoraggio in Dio o nell’essere” non è solo il fatto cruciale che determina l’attuale panorama etico e culturale, ciò su cui ha pienamente ragione; ma è colto da lui come un dato radicalmente insormontabile che produce una sostanziale equivalenza delle opzioni etiche. Il richiamo al fondamento trascendente diviene paradossalmente l’occasione per sostenere, una volta affermata la sua sostanziale eclissi, la liceità di comportamenti come l’infanticidio: ormai, solo entro una certa forma culturale, per così dire, può avere senso la negatività dell’aborto o dell’infanticidio. Diventa pertanto invisibile la possibilità di una negatività essenziale. La difficoltà a procedere in un quadro pluralista che ha rinunciato ai fondamenti filosofici, e le conseguenze incongrue che ne derivano, sono evidenti proprio grazie alle specifiche posizioni di Engelhardt: pur affermandone personalmente la negatività, egli sostiene la liceità delle pratiche in questione. Da un punto di vista puramente secolare, infatti, né feti né neonati sarebbero, ritiene Engelhardt, pienamente persone.

Insomma l’autore americano parte dall’“evidenza” del pluralismo etico per derivarne non solo l’accomodamento ad esso ma tutto sommato anche una pigra neutralità. Ne derivano interessanti corollari: Engelhardt non ritiene che pratiche come l’aborto debbano essere finanziate con soldi pubblici, nella misura in cui sono controverse e dunque non neutrali; e in maniera affine difende l’obiezione di coscienza nelle professioni sanitarie. Ma la sua posizione resta caratterizzata da un minimalismo teorico sconfortante.

Nonché da una consistente ambiguità, come si diceva. Se da un lato Engelhardt a più riprese ha sostenuto di diagnosticare semplicemente tale situazione che rende impossibile affermare idee di negatività o positività essenziali, e non di encomiarla, la sua analisi si presta ad una ovvia difesa del pluralismo etico di tipo indifferentista. È una lezione da meditare: egli affida alla religione tutto il carico argomentativo, ma nel quadro della società contemporanea la conseguenza non può che essere quella che egli osserva, ossia che chi non crede nel messaggio divino farà più o meno quello che crede utilitaristicamente opportuno, senza che gli altri o la legge morale possano davvero interferire. 



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