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LETTURE/ Il "cattivo" infinito di John Banville affascina il cervello ma non il cuore

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John Banville (InfoPhoto)  John Banville (InfoPhoto)

Sulle orme di un precedente di tale autorevolezza, anche la modesta penna di chi scrive può trovare l’ardire di commetterne una in proprio, ben più lieve e – sia chiaro – comunque mossa dalle migliori intenzioni nei confronti della platea dei pazienti lettori – ammesso che vi sia chi consideri impertinenza segnalare come problematica e, in certa misura, persino fuorviante la traduzione del titolo originale del suddetto romanzo di Banville, The Infinities, con l’italico Teoria degli infiniti...

Perché problematica e fuorviante? Perché, in primo luogo, Teoria degli infiniti rende secondario ciò che è sostanziale nella titolazione inglese: la multiforme sostanza delle Infinities (si tratta o no di un sostantivo nella sua forma plurale?), sulla quale si innesta l’altrettanto multiforme esperienza di tali infiniti che è concessa ai personaggi nella loro individuale specificità e limitatezza. La dimensione delle Infinities, intorno alla quale ruota il romanzo di Banville, presuppone un’infinita pluralità di realtà senza limiti spaziali, temporali o di qualunque altra natura umanamente concepibile, e la loro infinita interazione, come afferma nelle prime battute del romanzo il divin narratore Ermes (davvero, direte voi, proprio lui, il messaggero degli dei dell’Olimpo, “figlio del vecchio Zeus e di Maia la donna nella caverna”?!): “non sappiamo resistere a rivelarci a voi di tanto in tanto, in ragione del nostro tedio incurabile e del nostro amor di malizia o di quella persistente nostalgia che coviamo per questo accidentato mondo di nostra fattura: voglio dire, questo in particolare, perché è ovvio che ne esistono infiniti altri come questo che abbiamo fatto e che dobbiamo custodire sempre vigili con ogni cura”.

In secondo luogo, è sicuramente problematico e fuorviante l’ingombrante riferimento alla dimensione teorico-scientifica che campeggia nel titolo dell’edizione Guanda (Teoria [degli infiniti]) e che è del tutto assente – et pour cause – in quello più sintetico dell’originaria edizione in inglese. La critica giornalistica d’ogni latitudine ha – a parere di chi scrive – arbitrariamente accentuato la presunta centralità narrativa della cultura teorico-scientifica in questo romanzo dello scrittore irlandese. E ciò ha prodotto evidenti squilibri interpretativi nella sua lettura, che hanno sortito l’effetto di attribuire al personaggio del vecchio scienziato in coma (ma non – letteralmente – incosciente!) Adam Godley (che geniale incrocio onomastico di primigenio ed eterno!) caratteristiche non del tutto giustificate dal testo: ad esempio, un ruolo di protagonista attivo della narrazione che, a ben vedere, è, in realtà passivo e complementare rispetto a quello degli altri personaggi (quale che sia la loro natura, umana o – olimpicamente – divina); una granitica fede nell’oggettività della scienza che, in realtà, in questi termini non gli appartiene (stando all’autorevole testimonianza di Ermes: “In un’infinità di mondi tutte le possibilità si realizzano; questa è una delle cose che sono state dimostrate da quelli che [il vecchio Adam] chiama spregiativamente i suoi conticini. Lui però non direbbe che è dimostrato, in quanto ogni dimostrazione, secondo lui, è provvisoria”); una altrettanto incrollabile fede nell’oggettività dei cosiddetti dati di realtà o di fatto (che – tanto per cambiare – il solito Ermes mette radicalmente in discussione: “con tutta la famosa finezza delle sue facoltà speculative, la sua è una fede semplice. Dal momento che esistono gli infiniti, anzi un’infinità di infiniti, come ha dimostrato che esistono, devono esserci delle entità eterne ad abitarli. Sì, [il vecchio Adam] crede in noi, ed è convinto che il regno finora immaginato al di là del tempo che ha scoperto sia il luogo dove viviamo”). 



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