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LETTURE/ Il "cattivo" infinito di John Banville affascina il cervello ma non il cuore

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John Banville (InfoPhoto)  John Banville (InfoPhoto)

In terzo luogo, infine, il titolo Teoria degli infiniti del romanzo di Banville nella sua versione italiana risulta problematico e fuorviante perché l’italico complemento degli infiniti confina le originarie Infinities nella cornice gnoseologica della loro Teoria. Ed è questo un dato testuale e narrativo ben diverso da quello fornito dal sostantivo nel titolo in inglese, in cui l’infinita pluralità di realtà illimitate (Infinities) trova una qualche delimitazione solo in virtù dell’uso emblematico dell’articolo determinativo The: in questo modo, è dato di pensare che, con ogni evidenza grammaticale, dell’esistenza di tali infiniti, i personaggi del romanzo – e, più in generale, l’umanità di cui sono parte – possano aver comunque avuto una qualche forma di esperienza (benché soltanto intuitiva, parziale, involontaria o inconsapevole) e non soltanto una Teoria – per quanto pregevole e intellettualmente articolata.

Di certo, tra i pazienti lettori di queste brevi note, ci sarà chi avrà reagito sbuffando di fronte alle precedenti minuzie (o inezie?) ermeneutiche, che hanno intenzionalmente celato anche i più essenziali lineamenti della trama del romanzo di Banville. Intenzionalmente, dico, perché, se valgono le premesse che si è appena cercato di offrire come una sorta di “guida alla lettura”, sarà forse meno arduo e più remunerativo immaginare la Arden House in cui si svolgono gli eventi (di cui la critica si affanna ad individuare la collocazione inglese o irlandese...) e la Sky Room in cui è ospitato il vecchio Adam nel suo riposo forzato ma non assente (“un tocco di ulteriore capriccio aggiunto alla casa […], una sorta di nido d’aquila in legno inserito nell’angolo a nordovest – o è a sudest? – dell’edificio principale”); nonché fare la conoscenza della dissonante sinfonia di esseri umani che popolano questi surreali spazi domestici, quasi del tutto ignari degli “immortali” che li incrociano, per i quali “non esiste il Paradiso e neppure l’Inferno, né alto né basso, solo l’infinito qui, che è una specie di non-qui”.

E, una volta faticosamente immaginate le prime e acrobaticamente incontrati i secondi, si potrà provare ad interrogarsi senza fine sulla ragione per cui John Banville – il quale (checché ne possa scrivere l’onnisciente Piergiorgio Odifreddi) resta comunque uno scrittore “irlandese” e non “inglese” (ahi, che lapsus emblematico!) – abbia potuto decidere di  impiegare il suo infinito talento letterario nella creazione di un virtuosistico “novel about maths and myths” (Tom Payne, The Telegraph) – con lo scheletro di “novel of ideas” e la veste di “novel of sensibility and style” (Laura Miller, The New York Times) – al quale affidare il ben più meritevole e ricoeurianamente irripetibile “paradigma della [sua] condizione carnale e finita”.

 

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