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IDEE/ Se Ratzinger e Pavese salvano la speranza "vana" degli eroi greci

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Quale può essere dunque per noi un giusto approccio al mito? In due passi di Gesù di Nazaret di Benedetto XVI troviamo una risposta implicita, che segna un metodo: “Così, nelle religioni del mondo, il pane era diventato il punto di partenza dei miti di morte e risurrezione della divinità, in cui l’uomo esprimeva la sua speranza di una vita nascente dalla morte…. Il mistero della passione del pane l’ha, per così dire, aspettato, si è proteso verso di Lui, e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio è diventato realtà” (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, I, Rizzoli 2007, pagg. 315-16); Non un incontro immediato ed esterno tra Gesù e i Greci è ciò che conta. Ci sarà un altro incontro che andrà molto più nel profondo… Essi vedranno la sua ‘gloria’: nel Gesù crocifisso troveranno il vero Dio, di cui nei loro miti e nella loro filosofia erano alla ricerca (id. II, Libreria Ed. Vaticana 2011, pag. 30). Speranza, attesa, protendersi, desiderio, ricerca, vedere, trovare, realtà: che percorso magnifico! e che straordinario legame fra la ricerca espressa dai filosofi e quella comunicata per visioni, attraverso il mito, da poeti ed artisti.

Il metodo proposto dal Papa è in fondo ancora quello di Paolo davanti all’Areopago: “Egli ha voluto che gli uomini cercassero Dio e si sforzassero di trovarlo, come a tentoni, quantunque non sia lontano da ciascuno di noi. In Lui infatti noi viviamo, ci muoviamo e siamo, come hanno detto alcuni dei vostri poeti: ‘di Lui siamo la stirpe’” (Atti 17):  il mito, la poesia, la raffigurazione artistica esprimono il desiderio del cuore umano e i poveri, frammentati, eppure vertiginosi  tentativi di risposta. Noi ne cogliamo con emozione tutti i passaggi, anche quelli più inconsapevoli, perché l’ampiezza della risposta chiarisce la domanda, la completa, ne vede inaspettate risonanze.

Ma c’è ancora un modo di accostarsi al mito, complesso e affascinante: la ricreazione del mito, il suo utilizzo per esprimere non l’illustrazione del mito stesso, ma il proprio io. L’ha ben spiegato Cesare Pavese: Siamo convinti che il mito è un linguaggio, un mezzo espressivo – cioè non qualcosa di arbitrario ma un vivaio di simboli cui appartiene, come a tutti i linguaggi, una particolare sostanza di significati che null’altro potrebbe rendere. Quando ripetiamo un nome proprio, un gesto, un prodigio mitico, esprimiamo in mezza riga, in poche sillabe, un fatto sintetico e comprensivo, un midollo di realtà che vivifica e nutre tutto un organismo di passione, di stato umano, tutto un complesso concettuale” (C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi 1947, prefazione). 



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