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IDEE/ Guardare la crisi col cannocchiale: la "parabola" di Galileo e di Newton

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Neil Armstrong nel 1969 (InfoPhoto)  Neil Armstrong nel 1969 (InfoPhoto)

L’esempio della caduta dei corpi chiarisce bene questo punto. Aristotele diceva che i corpi hanno un principio intrinseco di moto e tendono naturalmente al centro dell’universo, tanto più velocemente quanto più sono pesanti. Quest’idea è più vicina all’esperienza comune ma non regge davanti ad un esperimento scientifico bene interpretato. Il metodo scientifico impone di identificare l’essenziale di un fenomeno, astraendo da tutti i dettagli che tendono a mascherarlo; per la caduta dei gravi bisogna astrarre dalla resistenza dell’aria. Nel vuoto si vedrebbe benissimo che una piuma e un piombo cadono insieme. Ma Aristotele aveva orrore del vuoto. Galileo non disponeva della tecnologia del vuoto, ma riuscì lo stesso a capire come stavano le cose.

Il metodo scientifico si è rivelato nel tempo uno strumento potentissimo per indagare e modificare la natura. L’incarnazione suprema di questo metodo sta in Isaac Newton, che nacque il giorno di Natale del 1642, lo stesso anno della morte di Galileo. Nel breve tempo della vita di questi due uomini la posizione della scienza era completamente cambiata. Galileo dovette combattere tutta la vita e alla fine subì persecuzione e condanna. Newton godette da subito del plauso universale e fu l’uomo più influente del suo tempo. Entrò nel 1661 al Trinity College di Cambridge dove all’inizio fu uno studente povero. Doveva mantenersi facendo il servitore ai docenti e agli studenti ricchi. In seguito godette di una borsa di studio. La pestilenza che si stava diffondendo in tutta Europa raggiunse però Cambridge nell’estate del 1665. L’università chiuse, e Newton tornò a casa per trascorrervi i due anni più fecondi di tutta la sua vita.

Un giorno del 1666, Newton acquistò alla fiera di Stourbridge un prisma di vetro. Un fatto banale ma che doveva avere  grandi conseguenze. Questo acquisto diede inizio agli esperimenti che fondano la teoria della luce e dei colori presentata da Newton alla Royal Society nel 1672. Nella tradizione aristotelica si attribuivano i colori agli oggetti. Newton capisce che il colore corrisponde invece a una proprietà della luce. L’esperimento del prisma mostra che la luce bianca non è luce pura, ma consiste di raggi di diversi colori; a ogni colore corrisponde un diverso angolo  di rifrazione. Il bianco infine non è un colore reale ma solo un’apparenza sensibile.

Come molti alla sua epoca, anche Newton era interessato al perfezionamento delle lenti per i cannocchiali. Gli esperimenti con il prisma lo persuasero ad abbandonare le ricerche sulle lenti. È impossibile concentrare esattamente la luce bianca in un punto focale con una lente, perché ogni colore ha una distanza focale diversa e questo spiega le frange colorate che si vedono in cannocchiali e microscopi.

Scrive Newton: “Questo mi spinse a prendere in esame le riflessioni, e trovandole regolari, capii che col loro mezzo gli strumenti ottici potevano essere condotti a un qualsiasi grado di perfezione immaginabile, a condizione di trovare una sostanza riflettente levigabile altrettanto accuratamente del vetro, e capace di riflettere altrettanta luce quanto il vetro ne trasmette, e di riuscire anche a conseguire l’arte di conferire ad essa una forma parabolica”.

 



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