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IDEE/ Guardare la crisi col cannocchiale: la "parabola" di Galileo e di Newton

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Neil Armstrong nel 1969 (InfoPhoto)  Neil Armstrong nel 1969 (InfoPhoto)

Si fa un gran parlare di tecnica in questi giorni. Tecnici sono quelli che, adoperando la tecnica, dovrebbero risolvere i problemi (tecnici) che altri tecnici sembrano aver causato usando le stesse tecniche. Ma che cos’è questa tecnica? E a cosa serve? E può la tecnica da sola risolvere un problema che tecnico non sembra essere?

Per secoli la tecnica ha occupato un posto poco onorevole nell’organizzazione della società e  l’opposizione tra forme di conoscenza pratica e la conoscenza filosofica della verità ha rispecchiato la differenza tra schiavi e uomini liberi. Fino al Seicento: “Nel mezzo, vile meccanico; o ch’ io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini”. Così un nobiluomo apostrofa Lodovico nel quarto capitolo dei Promessi Sposi.

La sera del 25 agosto 1609 il mondo volta pagina: Galileo punta un cannocchiale verso il cielo e scopre un mondo che nessuno mai aveva visto prima. Osserva le imperfezioni della luna e del sole, la Via lattea fatta di miriadi stelle e i quattro satelliti che ruotano intorno a Giove. La concezione millenaria che voleva quel cielo perfetto e immutabile era finita.

Ma c’è qualcosa di ancor più straordinario in quel gesto che oggi sembra così ovvio e che invece ha cambiato per sempre, nel bene e nel male, la storia dell’umanità. Il cannocchiale, da poco inventato da un occhialaio olandese, era usato solo per scopi militari o per il divertimento di corte. Galileo aveva grande abilità tecnica e grande senso degli affari: lo perfezionò portandolo a 20 ingrandimenti e lo vendette ai militari veneziani. Poi, sfidando il disprezzo della scienza ufficiale aristotelica (ma non dei Gesuiti, che invece a lungo lo sostennero) con il suo gesto solitario abbandonò la concezione che vuole i sensi naturali dell’uomo come criterio assoluto di conoscenza ed ebbe fiducia nella realtà di ciò che vedeva attraverso il cannocchiale. Il gesto di un solo uomo e la grande rivoluzione scientifica era cominciata.

All’inizio Galileo non era un astronomo, studiava il movimento dei corpi. Sembra si divertisse a metter in imbarazzo i colleghi dell’Università di Pisa. Essi insegnavano che un peso di dieci libbre viene giù da una torre in un decimo del tempo impiegato da un peso di una libbra. Così diceva Aristotele e non si poteva dubitarne. Allora Galileo ebbe un’altra trovata rivoluzionaria: pare che un giorno sia salito sulla torre e, al passare del corteo accademico, abbia gettato il peso da una libbra e quello da dieci; questi arrivarono per terra quasi contemporaneamente. Aristotele aveva sostenuto una tesi che nessuno aveva mai verificato con un esperimento. L’idea di fare questa prova era una novità assoluta.

Questo è il cuore del metodo scientifico: partire dall’osservazione di fatti particolari per stabilire leggi generali che spieghino i fatti osservati e permettano di dedurre altre conseguenze da sottoporre nuovamente a verifica sperimentale. Non si tratta però semplicemente di generalizzare le osservazioni empiriche ma, al contrario, di astrarre da queste abbandonando il piano del senso comune e dell’apparenza immediata.



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