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LETTURE/ Ignat Solženicyn: vi racconto la "rivoluzione" di mio padre

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Ignat Solženicyn (immagine d'archivio)  Ignat Solženicyn (immagine d'archivio)

Sì, certamente. Ha lo stesso significato di sempre. Ma il secolo appena trascorso ci ha illuminato sulla profonda verità, e sulla tragedia, di tutte le rivoluzioni. Qualsiasi rivoluzione può – forse – togliere di mezzo i portatori del male, ma mai il male stesso. Finché non capiamo fino in fondo questo insegnamento della storia, nessuna rivoluzione potrà portare qualcosa di bene alla comunità.

Qual è la chiave di lettura di Ama la rivoluzione! che si sente di proporre ai lettori italiani?

 

Il cambiamento della mentalità. È la storia di un giovane (dietro il protagonista Gleb Neržin c’è lo stesso Aleksandr Solženicyn, ndr), sicuro di se stesso, della sua ideologia e della sua assoluta, oggettiva necessità, che a causa di certi eventi e di certi incontri incomincia a cambiare. Lo vediamo, man mano, cedere terreno, allontanarsi dall’ideologia, abbracciare la verità. Il suo cammino interiore è il perno di tutto il racconto.

Neržin scopre il vero volto degli uomini. E in questa scoperta ha un valore particolare l’affetto, il provare pietà per gli altri. Questo può essere un rimedio alla gabbia dell’ideologia ancora oggi?

Sì. Come l’Arte, con la A maiuscola, deve servire a qualcosa di più grande del suo esecutore, così l’amor di sé è la cosa più brutta che può esservi in noi stessi. Solo se questo amore ama anche l’altro, è amore vero.

Nel famoso discorso che tenne in occasione del Premio Templeton, nel 1983, suo padre disse a proposito della grande crisi del secolo: «l’uomo ha dimenticato Dio, tutto quello che avviene ne è la conseguenza». Secondo lei questo giudizio è ancora attuale?

Vede, ho avuto modo di riflettere molto su questi temi. Il medioevo è stato tutto dominato dalla volontà di dare all’anima il primato sul corpo, considerato come un ostacolo nel rapporto con Dio. Il rinascimento e l’illuminismo hanno certamente cambiato molte cose; oggi siamo dominati dal culto del corpo, però ci vergogniamo di parlare dell’anima. Nonostante molti progressi e il raggiungimento del benessere, soprattutto in occidente, la domanda su Dio è ancora aperta, esattamente come è ancora vitale ogni tentativo di soffocare le grandi domande dell’anima. Sì, la crisi che mio padre denunciava, pur sotto altre forme è ancora aperta.

Qual è, oggi, il ricordo più nitido che conserva di suo padre Aleksandr Solženicyn?

La sua grande tenerezza. Un’immagine assai lontana dalla sua icona dominante, dovuta alle poche, ma comuni fotografie che si hanno di lui - quella di un personaggio assai severo, con i tratti, quasi, del profeta. Certamente nel suo carattere c’era questa severità, però era soltanto una delle tante sfumature. Non solo: aveva anche un grande humour...

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