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PAPA/ Come si fa a sapere ciò che è giusto?

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Benedetto XVI (Imagoeconomica)  Benedetto XVI (Imagoeconomica)

Dunque, che dire di questa difficile situazione? È questa insormontabile oppure si potrebbe tentare di fare di tale difficoltà una risorsa? Ecco il tema che merita di essere ripreso. Per prima cosa penso che si dovrebbe accuratamente evitare di affermare o di dare l’impressione di affermare che l’uomo sia pensabile come la somma spirito + natura, in cui lo spirito troverebbe la giustificazione del suo agire nella sua conformità a una natura eterogenea cui si accompagna. Forse nessuno dei sostenitori attuali della legge morale naturale o del diritto naturale intende la cosa davvero in questo modo, ma è così che viene immediatamente recepita se non è più attentamente formulata, appunto a motivo di quel pregiudizio antinaturalistico che oggi funziona in automatico. Forse si potrebbe impostare la cosa affermando 1. che l’uomo è spirito incarnato; 2. che è tale insieme ad essere la natura, quando si parla dell’uomo; 3. che tale natura porta in sé esigenze (beni) da tutti riconoscibili (e in gran parte, di fatto, riconosciute) di vita, di conoscenza, di relazione, di cultura e di costruzione storica; 4. che tali esigenze meritano di essere protette eticamente e giuridicamente, perché sono condizioni sine qua non dell’essere umano.

In tal senso lo spirito non deve conformasi a una natura altra da sé, ma deve riconoscere anzitutto la propria natura di spirito vivente, intelligente, desiderante, relazionante e relazionato, creativo, che eccede ogni cosa e insieme pervade (dandovi il suo senso) tutto l’umano non spirituale, che dallo spirito vivente trae la sua forma: il corpo, la natura ambientale, la materia modellata dalla tecnica, le strutture e le funzionalità sociali, ecc. In secondo luogo, allora lo spirito vivente trae insegnamento anche dalla realtà naturalistica” per il significato che essa assume in rapporto all’umano. In questa prospettiva la moralità sarà il dovuto rispetto (cura e promozione) per i beni umani – come afferma anche J. Finnis – che sono in gioco nell’agire umano stesso, in cui ne va dell’identità e della dignità della persona. Morale sarà dunque il dovere di rendere giustizia all’umano in tutti quegli aspetti in cui la sua propria natura, essenza e identità sono messe in gioco nel suo agire.

Di qui si può trarre una conseguenza interessante in termini di dialogo culturale nell’oggi. Se l’idea di natura è riempita immediatamente in senso antropologico, il confronto si sposta su tale versante, sul quale l’intesa non è facile, però è maggiormente possibile. Più precisamente, la linea del confronto si sposta dalla questione della natura in astratto a quella dei caratteri che identificano l’umano. Dibattito sull’umano – notiamo – che è interno anche alla cultura laica, divisa tra una visione individualistica (l’uomo fascio di interessi + potere imperativo di autodeterminazione, esigente sempre nuovi diritti) e una visione dell’uomo, invece, come essere individuo ma relazionale, per il quale sono beni indispensabili le relazioni, i legami generativi, le trame dialogiche, i nuclei sociali primari. 



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COMMENTI
13/03/2012 - Resilienza (Daniele Scrignaro)

Cercando di guardare gli incontri quotidiani mi risulta evidente una domanda che qui ritrovo in quel «tentare di fare di tale difficoltà una risorsa», forse, la chiave di volta che caratterizza questa nostra post-modernità. Perché nel passato, fino a non tanto fa, era genetico che la "fecondità della vita accade nel sacrificio" (non nel “fioretto” o nel “collo torto” volontaristico), nell’andare a fondo del senso – «direzione e significato», ricorda di continuo l’Arcivescovo – della circostanza anche quando avversa «nell’ordine normale delle cose» (Salvifici doloris). È un approccio così connaturato all’uomo, così insito alla sopravvivenza che la scienza ha sentito la necessità di identificarlo, con un nome unico dalla fisica alla psicologia, chiamandolo resilienza – capacità di risalire, di tornare alla forma originale, alla sostanza dell’origine, non accontentandosi dell’apparenza. Un approccio possibile solo nell’unitarietà di «natura e ragione», in un’antropologia che riconosce un oltre il misurabile (es. le percezioni, l’affezione, la felicità) che determina la corporeità, «quella parte di anima chiamata corpo» (Giovanni Minoli).

 
12/03/2012 - L'antropologia è la questione centrale (Stefano Parenti)

Mi sto rendendo sempre più conto, ormai da anni - e ringrazio per questo articolo di Botturi che lo conferma -, di come l'antropologia sia la questione più importante oggigiorno. Nel mio mondo, quello della psicologia/psicoterapia, è sicuramente imprescindibile. Ma vedo che anche diritto ed economia portano allo stesso interrogativo: "chi è (che cos'è) l'uomo?". E quindi, chi sono io? Tutto il resto mi pare una conseguenza a tale domanda. Grazie e viva Benedetto XVI.