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PAPA/ Come si fa a sapere ciò che è giusto?

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Benedetto XVI (Imagoeconomica)  Benedetto XVI (Imagoeconomica)

Il discorso di papa Benedetto XVI al Parlamento tedesco colpisce per due aspetti. Il primo è la forza argomentativa con cui giunge a mostrare come sia inevitabile il problema di un criterio di valore nei provvedimenti giuridici e nelle decisioni politiche. La vita pubblica non può essere condotta sul filo di sole procedure neutrali e asetticamente universali. La tendenza contemporanea a privilegiare la proceduralità come comun denominatore della convivenza si giustifica per la crisi cui è giunta la cultura dell’universale riconosciuto e condiviso. In assenza di universali qualitativi pubblici di qualche consistenza, le procedure sembrano garantire l’oggettività e l’unità. La legge invece ha sempre a che fare invece con beni umani fondamentali e quindi con valutazione assiologiche (strong evaluations). 

Il secondo aspetto è la lealtà con cui il Papa esplicita la difficoltà di definire criteri di valore condivisi; criteri che difficilmente oggi tutti possono riconoscere. Il Pontefice tenta di rivalutare in proposito il criterio di natura, mostrando – esemplificativamente  – come, nella cultura ecologica contemporanea, l’idea di natura sia tornata ad avere significati qualitativi ed etici; cioè che per l’uomo è ragionevole «ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente», come Egli ha detto. 

Ma – si domanda il Pontefice – «come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni?»; in specie – si sottintende – quando si tratti non della natura cosmica, ma della natura umana. Per influsso della «cultura positivista», infatti, “natura” sembra significare – anche quando si parla dell’uomo – qualcosa di altro da e di contrapposto a ciò che caratterizza l’uomo come soggetto razionale e libero: natura e razionalità si oppongono e altrettanto necessità oggettiva e libertà soggettiva. La difficoltà è così radicata che quanto il Pontefice afferma: «l’uomo [...] è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura [...]» è troppo facilmente esposto ad essere interpretato come se intendesse dire che la natura come realtà non umana (o meno che umana) dovrebbe costituire misura di giustizia del volere e dell’agire umani; cosa che scatena inevitabilmente un’obiezione frontale e senza appello. 

Così, quando il Papa fa l’importante osservazione che il cristianesimo non ha mai imposto alla Stato e alla società un diritto rivelato, ma è riandato «alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto», il binomio di natura  e ragione va adeguatamente compreso, dal momento che è inevitabile chiedersi come intendere tale “natura”: se la si intende come natura cosmica in che senso può essere normativa; se la si intende come natura umana, in che senso la ragione non sarebbe anch’essa parte di questa natura? 



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COMMENTI
13/03/2012 - Resilienza (Daniele Scrignaro)

Cercando di guardare gli incontri quotidiani mi risulta evidente una domanda che qui ritrovo in quel «tentare di fare di tale difficoltà una risorsa», forse, la chiave di volta che caratterizza questa nostra post-modernità. Perché nel passato, fino a non tanto fa, era genetico che la "fecondità della vita accade nel sacrificio" (non nel “fioretto” o nel “collo torto” volontaristico), nell’andare a fondo del senso – «direzione e significato», ricorda di continuo l’Arcivescovo – della circostanza anche quando avversa «nell’ordine normale delle cose» (Salvifici doloris). È un approccio così connaturato all’uomo, così insito alla sopravvivenza che la scienza ha sentito la necessità di identificarlo, con un nome unico dalla fisica alla psicologia, chiamandolo resilienza – capacità di risalire, di tornare alla forma originale, alla sostanza dell’origine, non accontentandosi dell’apparenza. Un approccio possibile solo nell’unitarietà di «natura e ragione», in un’antropologia che riconosce un oltre il misurabile (es. le percezioni, l’affezione, la felicità) che determina la corporeità, «quella parte di anima chiamata corpo» (Giovanni Minoli).

 
12/03/2012 - L'antropologia è la questione centrale (Stefano Parenti)

Mi sto rendendo sempre più conto, ormai da anni - e ringrazio per questo articolo di Botturi che lo conferma -, di come l'antropologia sia la questione più importante oggigiorno. Nel mio mondo, quello della psicologia/psicoterapia, è sicuramente imprescindibile. Ma vedo che anche diritto ed economia portano allo stesso interrogativo: "chi è (che cos'è) l'uomo?". E quindi, chi sono io? Tutto il resto mi pare una conseguenza a tale domanda. Grazie e viva Benedetto XVI.