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LETTURE/ Cara Szymborska, non basta un Nobel per essere come Miłosz

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Per la sua opera, la sua storia personale, la sua condizione di poeta-esule, e per il prezzo che aveva pagato per il suo amore alla verità, Miłosz appariva, come era accaduto per i grandi poeti della poesia polacca – Mickiewicz, Norwid, Słowacki, Sienkiewicz – il poeta-vate, incarnazione della coscienza e del cuore della nazione: le sue opere da anni giravano nella stampa clandestina ed ora il riconoscimento internazionale era quasi una conferma del valore di anni di sacrificio e di oscuro lavoro dell’intellighenzia polacca per salvaguardare l’anima del paese. L’entusiasmo fu quasi paragonabile a quello suscitato due anni prima dall’elezione di Giovanni Paolo II.

Nel giugno 1981 l’Università Cattolica di Lublino conferì a Miłosz il dottorato honoris causa. In quegli anni insegnavo italiano presso la stessa università ed ebbi la ventura di partecipare a quell’evento storico. Tutte le élites intellettuali del paese erano presenti e c’era Lech Wałęsa, che di lì a qualche anno avrebbe ricevuto il Nobel per la pace. Il cardinal Wyszynski, che era deceduto pochi giorni prima, il 30 maggio, era riuscito, pur già molto malato, a scrivere una lettera per l’occasione in cui, tra l’altro, affermava: «Sul neo laureato, la cui natura di uomo è inequivocabilmente religiosa, si leva “la Chiesa cattolica, che mi ha affascinato con la sua enorme costruzione...e con la sua storia”. (...) Oggi egli può dire di essersi salvato. È vero, ha subito sconfitte, ha ceduto alle illusioni, ne è stato vittima, come un vero esule, figlio di Eva, ma si è sempre e subito allontanato da ogni illusione, certo di avere un altro compito nella vita. In questo pellegrinaggio solitario attraverso la storia, egli porta se stesso, forse spesso con una ferita, ma sempre, come immagine dell’uomo del XX secolo, che ha vissuto molte esperienze e non vuole diventare schiavo né della tecnica di pensiero delle scuole filosofiche, né dei programmi sociali, (...), e neppure della tracotanza di poteri sempre più crudeli. Forse Egli è una sorta di “grido nella notte”, una sorta di segnale d’allarme dell’ultima ora, per lui, per la sua sofferenza, il compito più importante è salvare la libertà dell’Uomo».

Alla sua morte, ed anche questo è molto significativo, Czesław Miłosz è stato seppellito nella Cappella dei Polacchi Illustri a Cracovia, nella chiesa dei Padri Paolini a Skałka, il luogo reso sacro dal martirio di san Stanislao, dove riposano i polacchi che con la loro opera non solo hanno contribuito alla grandezza della cultura polacca, ma che soprattutto hanno dedicato la loro vita a preservarne l’anima nei momenti più bui della storia.

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