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ARTE/ Uno contro tutti: breve storia del furbo (e geniale) Jacopo Tintoretto

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Tintoretto, Gli evangelisti Marco e Giovanni (1557, particolare; immagine d'archivio)  Tintoretto, Gli evangelisti Marco e Giovanni (1557, particolare; immagine d'archivio)

La “colpa” dello schiavo era stata quella di pretendere di poter andare a Venezia a venerare la tomba del santo. Verrebbe da fare una “ola” per questo ribaltamento degli equilibri e per la “vittoria” inaspettata ma sacrosanta dello schiavo, ed è un po’ quella che Tintoretto mette in scena, con un turbinio travolgente di luci e di persone che assistono scosse e stupite al miracoloso esito.

Tintoretto però non poteva permettersi mai di dormire sugli allori. Otto anni dopo il quadrone di San Marco, nel 1956 dovette subire un’umiliazione gratuita da parte dell’accoppiata Tiziano-Jacopo Sansovino, che lo esclusero dal cantiere della Biblioteca Marciana, proprio di fronte a Palazzo Ducale. Tintoretto non era tipo da perdersi d’animo e così per rifarsi s’inventò una forma di “marketing virale”: rispose a tutte le committenze religiose proponendo di farsi pagare solo le spese di colore e tele, senza margini per sé. I margini li avrebbe fatti grazie ai ritratti che a Venezia erano una fonte sicura e inesauribile.

L’idea ebbe successo, come dimostra l’escalation impressionante di commesse nei decenni successivi. Così qualche anno dopo Tintoretto la ripropose con variante per la committenza che rappresentò la vera svolta della sua carriera: quando la Scuola di San Rocco lanciò il concorso per il grande ovale del soffitto, Tintoretto non arrivò con il bozzetto, ma con l’opera già finita. Non solo: la regalò alla Scuola, sapendo che per statuto non avrebbe potuto rifiutare il dono. Mossa scaltra che gli garantì nell’arco di una quindicina di anni l’esclusiva per tutti i lavori nella Scuola: ciclo che rappresenta senz’altro il suo capolavoro.

Alla mostra di Roma se ne possono vedere due grandi tele, dipinte per ultime. Rappresentano una Maria in lettura e l’altra Maria in meditazione, immersa in ambedue i casi in un enorme paesaggio, dipinti con grande rapidità, con effetti di luci suggestivi e densi di presagi di sentimenti romantici.

Si capisce da queste due tele tutte sviluppate in verticale come la libertà di Tintoretto abbia fatto storcere il naso a tanti ma possa essere un fattore che lo faccia dialogare più di altri pittori del passato con l’arte di oggi. Non è quindi stato un caso che tre sue opere siano state scelte dalla curatrice Bice Curiger per aprire l’ultima Biennale, che aveva per tema proprio quello della luce. Il marketing virale di Tintoretto è arrivato sino a noi...



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