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ARTE/ Uno contro tutti: breve storia del furbo (e geniale) Jacopo Tintoretto

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Tintoretto, Gli evangelisti Marco e Giovanni (1557, particolare; immagine d'archivio)  Tintoretto, Gli evangelisti Marco e Giovanni (1557, particolare; immagine d'archivio)

Altezza, un metro e cinquanta o poco più. Bisogna partire da questo dato molto materiale per rendersi conto del carattere di quel grande protagonista della pittura veneziana del 500, quale fu Jacopo Tintoretto. Pur molto piccolo di statura, era febbrile nel suo attivismo, caparbio e determinato; capace di portare a casa imprese pittoriche dalle dimensioni leggendarie: basti ricordare i 24 metri del Paradiso realizzato, in realtà con grande aiuto da parte del figlio Domenico, per Palazzo Ducale.

Tintoretto (il nome vero era Jacopo Robusti; il soprannome gli viene dal mestiere del padre che era appunto un tintore) è stato un pittore controverso. Poco amato dai suoi colleghi, Tiziano per primo (“odiato da quelli dell’arte mia”, aveva denunciato nel 1575), non ha avuto vita facile neppure con la critica. Il primo a metterlo nel mirino fu Giorgio Vasari che nelle Vite lo liquidò così: «nelle cose della pittura stravagante, capriccioso, presto, risoluto, e il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura». Ma più ancora che il giudizio del Vasari pesa la bocciatura lapidaria che gli affibbiò Roberto Longhi, in un testo celebre, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana. L’accusa è sempre la stessa: pittore troppo sommario, che compensa con effetti speciali e anche spettacolari delle sue tele una sostanziale mancanza di spessore artistico.

Tintoretto era certamente consapevole dei giudizi che volteggiavano sopra la sua testa, ma non se ne fece mai grande problema. Era davvero uno spirito battagliero e anche scaltro nel combattere questa sfida da “uno contro tutti” senza mai soccombere. Quando nel 1547 ebbe la prima grande commessa per la Scuola Grande di San Marco, dove per altro giocava in casa in quanto era quella che radunava in particolare i tintori, alcuni dei membri della Confraternita arricciarono il naso di fronte alla novità del suo Miracolo di San Marco. Lui per risposta si riportò la tela di 4 metri per 5,50 nello studio che aveva a Cannaregio, davanti alla Madonna dell’Orto. Dovettero supplicarlo di recedere da quella decisione e così la contestazione si risolse in un piccolo trionfo. Anche perché il più potente intellettuale in circolazione a Venezia in quegli anni, Pietro Aretino, per altro anche amico di Tiziano, elogiò subito quella tela, in particolare «i colori che son carne».

In effetti quel Miracolo è davvero un quadro straordinario e ce ne si può rendere conto visitando la mostra dedicata a Tintoretto da poco aperta alle Scuderie del Quirinale. La si ritrova subito all’ingresso in quello che è certamente il punto più riuscito di tutto il percorso espositivo. È un quadro che suscita grande simpatia umana anche per via della vicenda rappresentata: uno schiavo che il protervo padrone, signore di Provenza, avrebbe voluto fosse fatto a pezzi dai suoi aguzzini, e che invece viene salvato da un poderoso intervento di San Marco: così tutti gli arnesi predisposti per l’atroce rituale vanno miseramente in pezzi tra le mani degli esterrefatti sgherri. 



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