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POLEMICHE/ Peggio della trattativa Stato-mafia, solo i teoremi di Palermo

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Né hanno il minimo aggancio alla realtà i sospetti, le accuse, il carro armato di diffamazione trainato per circa vent’anni da settori irresponsabili della politica, della magistratura e della stampa, e rilanciato da Gaspare Spatuzza, secondo cui Forza Italia sia stata la “mandante o ispiratrice” degli eccidi di Capaci, via d’Amelio e poi degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Resta, però, ancora da spiegare quale “canale di interlocuzione” (il termine è dei giudici di Firenze) abbia potuto indurre Leoluca Bagarella a rinunciare al progetto di creare un “partito della mafia”, chiamato “Sicilia Libera”. Ci fu un “negoziatore specifico” nei confronti del partito di Berlusconi e Dell’Utri? È certo che Cosa Nostra dopo la débacle della Prima Repubblica abbia cercato una sponda politica, ma non è certo che l’abbia trovata.

L’unica cosa sicura è che lo Stato abbia cercato di stabilire un terreno di non belligeranza, di pausa, se non d’intesa, con la mafia per porre fine alla sequenza delle stragi del ’93-’94.

Di fronte alla potenza di fuoco e alla preparazione impeccabile dell’attentato del 23 maggio 1992 a Capaci, in cui fu travolto il giudice Giovanni Falcone, apparati pubblici e segreti dello Stato si mostrarono una macchina imballata, incapace di realizzare qualunque opera di prevenzione. La nostra intelligence era, e continua ad essere, il maggiore imputato. È il caso di ricordare che era stata delegittimata al di là delle distorsioni e sconfinamenti  gravi di cui è stata responsabile. Lunghi e aspri anni di attacchi, campagne devastanti, accuse finiscono sempre per indebolire la fibra delicata delle strutture addette all’informazione e quindi alla prevenzione. La sopravvivenza ad esse è quasi un miracolo.

Si brancolava nel buio, è vero. Si è cercato di costringere lo Stato con la violenza, ha ricordato il sen. Giuseppe Pisanu. Mi chiedo se una contrattazione sotterranea, che sfocerà nella disponibilità, avviata dal ministro Conso, a  rivedere i decreti sul carcere duro previsto dall’art.  41 bis possa essere spacciata per trattativa.  La normativa in vigore, ispirata ad un rigore in cui veniva meno il principio-obiettivo della rieducazione del detenuto, era degna di uno Stato di diritto? Le sue regole debbono valere anche nei confronti dei maggiori nemici, quali sono i mafiosi.

Di fronte alla superficialità con cui è stato ripreso il dibattito su queste vicende c’è da chiedersi se non si debba prendere a modello la cautela, il rigore, il desiderio oggettivo di approfondimento di cui ha dato finora prova la Commissione parlamentare d’inchiesta a Palazzo San Macuto.

Ha avuto finora uno stile britannico. Le posizioni di partito non hanno mai prevalso. La collaborazione tra i gruppi, il rispetto dei  membri verso i colleghi di qualunque area o impostazione, la volontà di capire  ha mostrato che da parte dei partiti si può fare una politica di alto livello anche in luoghi istituzionali in cui non ci sono state  nomine tecniche. La Commissione  dovrebbe utilizzare di più e meglio i poteri d’indagine che la legge le assegna. Non solo per ricostruire il passato, ma anche per agire sul presente. Impedendo che la peronospora mafiosa si insinui nelle candidature per le elezioni di ogni ordine e grado.

La preoccupazione di non invadere il campo dei tribunali è segno di grande delicatezza e cortesia istituzionale. Mi chiedo se un organo che come la Commissione dispone dei poteri dei giudici possa essere da meno di essi nel servirsene.



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