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PEGUY/ Sappiamo, noi uomini, che nessuna preghiera rimane ignota?

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Esistono momenti nella vita in cui  le parole degli uomini, anche quelle degli amici e dei poeti e degli scrittori più cari sembrano di troppo e la giornata si fa silenziosa e assorta.

Confusamente allora può riemergere il ricordo di qualche breve frammento vecchio di secoli: Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza, dice il profeta Zaccaria.

La Chiesa custodisce la speranza degli uomini, proprio per i giorni in cui, dipendesse tutto da noi, ci sentiremmo nell’opacità della nebbia, senza punti chiari di riferimento.

Bisogna che la preghiera sia digiuno, prima di essere banchetto. Tu eviterai quindi di inventar preghiere. Tu canterai umilmente con il libro dei poveri di spirito. Ed aspetterai. L’abate esperto della vita insegna così all’irruenza  di Miguel Manara.

Anche questo è ritornare alla cittadella.

E c’è una via ancora più semplice, a cui invita la prossima festa dell’Annunciazione; la poesia di Péguy la suggerisce con parole di grande dolcezza:

Bisogna prendere il coraggio a due mani

E rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto

Essere arditi. Una volta.

Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente bella

Perché è anche infinitamente buona.

A colei che intercede.

La sola che possa parlare con l’autorità di una madre.

Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente pura.

Perché è anche infinitamente dolce.

A colei che è infinitamente nobile.

Perché è anche infinitamente cortese.

Infinitamente accogliente.

A colei che è infinitamente grande.

Perché è anche infinitamente piccola.

Infinitamente umile.

Una giovane madre.

A colei che è infinitamente gioiosa.

Perché è anche infinitamente dolorosa.

A colei che è infinitamente commovente.

Perché è anche infinitamente commossa.

 

L’autore paragona la preghiera di Gesù, il Padre nostro, alla punta del vascello dell’immenso corteo di preghiere che sale verso Dio, con una scia che s’allarga fino a sparire. 



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