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UNIVERSO/ Ha davvero "vinto" Einstein?

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È questo l’impeto della ragione, il suo continuo “tendere a”, la sua continua corsa verso la scoperta dell’ignoto: il limite non è mai stato d’impedimento alla ricerca, e questo per la naturale propensione dell’uomo a ciò che lo trascende nell’infinitamente piccolo così come nell’infinitamente grande. “Ricerchiamo come ricercano coloro che tuttora non hanno incontrato, e incontriamo come incontrano coloro che tuttora devono cercare, poiché quando l’uomo ha terminato qualcosa, non ha fatto altro se non cominciare”, scriveva Agostino d’Ippona nel IV secolo d.C., indicando quale sia il percorso di una ragione che non vuole bloccarsi in meccanismi dogmatici e autoreferenziali, ma desidera incontrare continuamente la realtà verificandola con gli strumenti che possiede, certa di non poter possedere la verità assoluta bensì solo una sua accurata approssimazione.

La scienza – diceva John Polkinghorne – è la cartografia dell’universo. Ora nessun uomo guardando una mappa penserebbe di fare esperienza della realtà nella veridicità, ma solo nella sua verosimiglianza, nella sua rappresentazione su scala, nella sua approssimazione “accuratamente delimitata”. Così le conclusioni della scienza non potranno mai darci la verità semplice e autentica, bensì soltanto una verità necessariamente provvisoria pronta a essere messa in discussione, disponibile a essere nuovamente passata al vaglio degli esperimenti; in una parola, disponibile all’imprevisto che è sempre dietro l’angolo di un esperimento successivo.

Per tale motivo anche l’errore assume nell’indagine scientifica un ruolo strategico, poiché costituisce il momento privilegiato che ci indica da un lato l’inappropriatezza della nostra indagine, e dall’altro – quasi in controluce – ci rende più consapevoli di quale possa essere la strada da seguire: un suggerimento per il futuro cammino. Si potrebbe dire, anzi, che l’errore è un’esperienza che genera più di quello che essa stessa porta, poiché è un indicatore certo, quasi un fattore che evidenzia, a volte più di altri, il nostro rapporto con il vero. 

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