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PAPA/ Chi vuole iscrivere Benedetto al "partito" della terza via?

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Su queste peculiarità dell’economia capitalistica ci hanno sempre avvertito le encicliche sociali dei Pontefici. Basterebbe rileggersi quanto ha scritto Pio XI nella sua Quadragesimo anno del 1931 per accorgersi di come quelle parole siano ancora attuali e di come, nel fra tempo, nulla è stato “convertito”, anzi si è mostruosamente aggravato. Scriveva Pio XI ai tempi della “grande crisi” e agli inizi dell’era fascista (ai punti 105, 106 e 109 dell’enciclica): “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare... Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica...: la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta, alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica, alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele”. Come dire: sotto il sole nulla di nuovo, anzi di antico; un antico non superato e che egemonicamente sopravvive.

Il tempo di Mammona non è stato superato, anzi le imbastiture della sua rete si sono fatte sempre più fitte e costringono Giovanni Paolo II a scrivere in tema di capitalismo (Centesimus annus, 42), quanto segue: “Se con ‘capitalismo’ si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di ‘economia d’impresa’, o di ‘economia di mercato’, o semplicemente di ‘economia libera’. Ma se con ‘capitalismo’ si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”.

Come dire: l’economia del libero mercato ha delle regole (proprie o imposte dalla legge) che governano gli scambi e la reciprocità degli interessi che in esso si incontrano, regole che sono protese ad evitare lo sfruttamento e la speculazione, ma se viene a mancare tutto questo, allora l’economia di mercato diviene solo una “forma-strumento” attraverso il quale il tornaconto speculativo postula, nella finzione giuridica di un’apparente concorrenza, la sua sostanza sfruttatrice e speculativa. Nell’economia d’impresa, nell’economia di mercato, nell’economia libera sono indispensabili regole e disposizioni legislative (fondate su saldi principi etici) che indirizzino i processi con il preciso scopo di postulare il bene comune e garantire le parti più deboli. Al centro di questa economia è posta la persona umana (così come ha ribadito Benedetto XVI nella Caritas in veritate, 45) con il suo bisogno cronico e congiunturale, perché “rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico. L’economia infatti ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona”.



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