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LETTURE/ L’allievo: vi racconto una lezione del mio maestro Ezio Raimondi

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Ezio Raimondi (InfoPhoto)  Ezio Raimondi (InfoPhoto)

Accantonato lo sgomento, si stabiliva un dialogo diretto, regolato per gradi di prossimità, che Raimondi rendeva disponibili a chi ne voleva profittare. Possiamo dire che c’erano tre livelli crescenti, oltre la lezione d’ordinanza: la “controlezione”, la passeggiata, la biblioteca. La “controlezione” – così la chiamava lui stesso – era un incontro a frequenza libera, che si svolgeva il giovedì nel secondo pomeriggio, in un’aula dell’istituto (poi dipartimento) di Italianistica. Doveva durare due ore, ma in realtà si protraeva quasi sempre fin verso le otto di sera. Rispetto al centinaio di studenti delle ore mattutine, il pubblico si riduceva alla trentina, mai di più, spesso meno. Era concepita come una specie di “uno contro tutti”. Seduto sull’orlo esterno della cattedra, i piedi sul bordo di una sedia, finalmente fermo, anche per via dello spazio ridotto, benché in una posizione assai poco accademica, Raimondi rispondeva alle domande e ai problemi che gli venivano posti. Presenziavano a questi giovedì matricole implumi, che, messo da parte il timore, chiedevano chiarimenti anche di grana grossa sul corso monografico, insieme a laureandi e, in qualche caso, a giovani assistenti, che gli portavano lo stato di avanzamento dei loro lavori. Non era un seminario in senso stretto, era un’invenzione didattica (ma l’aggettivo è stento) tutta sua, con la quale intendeva riprodurre, rispetto alla liturgia della lezione frontale, quella dimensione di comunità fra maestro e allievi di cui aveva fatto più volte esperienza durante i suoi soggiorni di visiting professor nelle università americane d’élite (Berkeley, Johns Hopkins di Baltimora...), dove la contiguità logistica del campus facilita tanto più che da noi il sorgere di relazioni informali. Erano contro quelle lezioni, non solo perché invertivano l’ordine dei fattori, lasciando agli allievi l’iniziativa della prima battuta, ma anche perché realizzavano luoghi – non saprei come altro dirlo – di libertà, di aria che gira. Del resto, bastava andare una sola volta per capire che, del tutto estranee alla logica “top-down” dell’ insegnamento, quelle ore si sottraevano al lucro dell’immediata utilità: di norma, si entrava con un dubbio e si usciva con due. Molti abbandonavano; ma chi è rimasto non ha più dimenticato quel senso di vertigine intellettuale che quegli incontri ravvicinati provocavano – che era poi il senso pieno della bellezza e insieme della responsabilità cui ci mette di fronte la parola letteraria.

Nello spazio stretto e nei numeri ridotti, si cominciava ad essere prima riconosciuti di vista e poi conosciuti per nome. E nel contatto personale che si andava costruendo, si percepiva subito  un’apertura di credito, come l’invito a condividere un’avventura, nel segno di una passione mai esibita, piuttosto velata di riserbo e di pudore ma non per questo meno fervida. Lo stesso rigore nell’uso del “lei”, che peraltro si estendeva anche al plurale (proverbiali i congiuntivi esortativi con cui invitava la classe attonita ad affrontare interminabili liste di letture: “provino a prender fuori...”, “si guardino...”, “vedano anche...”), mai abbandonato neppure dopo decenni di frequentazione, non sottolineava mai la distanza, ma rivelava piuttosto un rispetto profondo per l’interlocutore, una sorta di certificato di parità – una parità esigente, fondata sull’idea che si potesse fare un pezzo di strada insieme e che per farlo occorressero fiducia e serietà senza cedimenti.



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