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LETTURE/ L’allievo: vi racconto una lezione del mio maestro Ezio Raimondi

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Ezio Raimondi (InfoPhoto)  Ezio Raimondi (InfoPhoto)

Poi c’erano le passeggiate. Il discorso cominciato in un piccolo capannello che si formava fuori dall’aula, al termine degli incontri o delle lezioni, proseguiva a due o a tre con chi lo accompagnava per strada verso la meta successiva, ovunque dovesse andare, nel centro di Bologna. Ritmo da marciatore, ampio compasso delle gambe, gli si poteva stare dietro senza affanno solo perché parlava prevalentemente lui. Erano, in quei casi, più che colloqui, dialoghi a una voce sola, se si può dire così. Anticipazioni sullo svolgimento del corso, ipotesi critiche su cui stava lavorando, sintesi del libro appena scritto o recensione orale di quello appena letto – si trattava, in ogni caso, di aperture su di sé, di confidenze, in un certo senso. Era come se ti invitasse dietro lo scrittoio con lui, ma non per concedere benignamente all’allievo di sedere su uno strapuntino (“ascolta e impara!”), bensì per saggiare lui per primo la consistenza delle proprie operazioni mentali e misurarne l’efficacia al cospetto di un interlocutore. Che questi, rapito dal vortice, risultasse poi muto o a mala pena sillabante, poco importava: lo scambio si realizzava ugualmente, nella parola che, rivolta a te, si metteva alla prova e trovava nel tuo ascolto l’accertamento della propria transitività. Gli studi sulla topologia della Liberata, il commento ai Promessi sposi, con la messa in chiaro del “parlato affettivo” del romanzo come frutto delle ricerche lessicologiche del Manzoni sulle equivalenze fra meneghino e fiorentino, i grandi tracciati teorici sulla retorica e sull’antropologia della letteratura, per citare solo alcune piste del lavorìo critico di Raimondi fra fine anni Settanta e anni Ottanta, prima di finire sulla pagina erano oggetto di ripetute verifiche dialogiche, delle quali molti di noi, ben capitati, fummo chiamati a prendere parte, sotto i portici che conducevano dall’Università alla sede del Mulino o dove che fosse.

Infine la biblioteca. E qui chi pensasse alla biblioteca in senso tradizionale, si troverebbe ingannato. Voglio dire che, quando lo si andava a trovare a casa (ma qui il rapporto si era fatto più stretto, e si era nel numero dei laureati che seguitavano a lavorare con lui), lo spazio nel quale si veniva accolti non era lo studio, ma il salotto. Vero è che i libri traboccavano ovunque, ma non è questo il punto. Nell’inserto iconografico del recentissimo Le voci dei libri, ultima prova di un Raimondi che fa i conti con i testi di una vita, ci sono alcune fotografie straordinarie di lui nella penombra della sua biblioteca privata. Sono immagini che, accompagnate dalle pagine memoriali di cui sono a corredo, sembrano dire una cosa definitiva, per comprendere l’uomo e la sua esistenza fatta di incontri fecondi, con le persone e con le parole: Raimondi è la sua biblioteca. Non una bibliografia-che-cammina, come si amava dire fra di noi, quando ancora non capivamo. Una biblioteca, perché la biblioteca “è la vita, con la sua vastità, che viene presa e messa in ordine, in modo che diventi per un momento un modello attraverso il quale misurare qualche cosa della realtà”, come si legge in una di queste sue pagine; è la storia delle voci che la abitano e dell’esperienza di chi le ha interpellate e continua a dialogare con loro. Ecco perché l’incontro decisivo con Raimondi, per chi ha avuto e ha ancora la ventura di stargli vicino, è l’incontro non già nella, ma con la sua biblioteca. 



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