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LETTURE/ Quel filo "nero" che unisce Dickens a Chesterton contro lo scetticismo

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Gilbert Keith Chesterton (immagine d'archivio)  Gilbert Keith Chesterton (immagine d'archivio)

Tutto questo procedimento, che rende il romanzo vittoriano di Dickens (o “alla Dickens”) sicuramente diverso (e più avvincente) rispetto ad altri suoi contemporanei italiani e francesi, significa però anche un rendere la storia più aderente alla vita e ci conduce, quindi, a parlare della fede come metodo di conoscenza, anche se la cosa (almeno a prima vista) potrebbe sembrare strana.

Ciò che infatti balza all’occhio, leggendo proprio Il Circolo Pickwick, non è la descrizione dei problemi sociali e nemmeno una visione religiosa, ma il fatto che il piacere del seguire lo svolgimento delle vicende narrate non solo non venga diminuito, ma anzi risulti accresciuto dal non sapere mai esattamente, nel corso del romanzo, il motivo per cui i componenti del “circolo”, dal suo fondatore Samuel Pickwick ai “membri corrispondenti” (Augustus Snodgrass, Tracy Tupman, Nathaniel Winkle), se ne vadano in giro per Londra e per il sud dell’Inghilterra in cerca di avventure nelle quali poi immancabilmente si imbattono, uscendone sempre (soprattutto Pickwick) trasformati.

C’è allora una domanda che solo questa comica mancanza di spiegazione riesce a tenere aperta fino all’ultima pagina di quello che Chesterton riteneva non un romanzo, ma un racconto mitologico e alla quale nemmeno Chesterton fu in grado di fornire una risposta “a buon mercato”, limitandosi a sostenere che il mistero che avvolgeva le motivazioni del signor Pickwick fosse un’alternativa allo scetticismo: «Con accompagnamento di torce e di trombe, come un ospite d’onore, il semplicione viene colto in trappola dalla vita. Lo scettico rimane invece chiuso fuori» (L’incantevole Pickwick, in Charles Dickens, Il Circolo Pickwick, Mondadori, Milano 1997, tr. it, p. XII).

Primato del fatto sull’idea, della realtà sull’utopia, del riconoscimento creaturale del limite umano sul perfettismo, di un’ultima fiducia nella realtà sulla pretesa di ingabbiarla negli schemi di una conoscenza calcolatrice e non vitale: si tratta di un modello di ragione che, già nell’ambito della filosofia inglese, aveva dato vita alla reazione contro lo scetticismo empirista della seconda metà del Seicento da parte Thomas Reid (1710-1796), attraverso la filosofia del common sense, e che, negli stessi anni di Dickens, animava la dottrina della conoscenza del Beato John Henry Newman (1801-1890), uno dei maestri ispiratori di Chesterton.

Il Circolo Pickwick, allora, non è (o quanto meno non è solo) un racconto comico e, a questo punto, si può anche dire che nemmeno le chestertoniane saghe gialle di padre Brown o di Mister Pond (quest’ultima recentemente riproposta da Lindau: I paradossi del signor Pond, Lindau, Torino 2011, tr. it.) sono soltanto racconti gialli.

È lo stesso primato della realtà sull’idea, presente in Pickwick, a fare da fondamento alle indagini di padre Brown e di Mister Pond e a introdurre la prova morale come indizio più valido rispetto alla prova oggettiva, perché facente riferimento alla totalità dell’essere umano, le cui motivazioni dell’agire, lungi dal dividersi secondo il binomio razionale/irrazionale, a volte rispondono a logiche più complesse, nelle quali non è in gioco né la logica astratta né la mancanza di pensiero, ma un modello diverso di ragione. 



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COMMENTI
24/03/2012 - indizi (maria gonano)

Ringrazio per l'articolo, è lo stesso metodo che viene usato in Medicina, si chiama SEMEIOTICA. Leo Aletti Milano